Mai Chiuso (1) Occhio

Intervista al gruppo tWa (the Worst aWkWords)

Article du 23.02.2012 de Roberta Deambrosi

Un racconto in prosa fa da motore alla creazione a tutto campo. È la premessa che dà avvio all'interessante esperimento multidisciplinare del gruppo ticinese the Worst aWkWords (tWa), composto da Daniele Cavadini e Simone Fontana, che per l'occasione riunisce intorno a sé parecchi artisti. Il cofanetto (Mai Chiuso (1) Occhio, Fino Mornasco, Auditoria Records, 2011) contiene un CD con 8 tracce musicali (composte da Giulio Granati, Gianni e Roberto Guida, Zeno Gabaglio, The Flag, The Guinnass, David Cino, Thomas Huber, Andrea Serena, Simon Würgler), il diaporama Dream Fossil realizzato da Riccardo Bernasconi e Francesca Reverdito, un libro che raccoglie un racconto (Simone Fontana), i testi delle canzoni (Daniele Cavadini, Simone e Samuele Fontana) e le illustrazioni (Giovanni e Samuele Fontana, Francesco Cairoli, Gianni Nägeli). (rd)

Chi sono i tWa?

DANIELE CAVADINI: I tWa sono un gruppo rap che nasce tra i banchi di scuola del Liceo di Mendrisio circa dieci anni fa. Il processo di creazione del gruppo avvenne in maniera quasi automatica: entrambi avevamo un background musicale simile, che ci aveva già spinti ad avvicinarci innanzitutto come amici. A un certo momento, come spesso accade, la voglia di provare a riprodurre la musica che tanto ascoltavamo prese il sopravvento. La sperimentazione è la cosa che tra tutte ci accomunava maggiormente, infatti il primo CD che producemmo venne interamente creato da noi: campionammo i suoni, creammo le basi, scrivemmo, cantammo e stampammo il disco, tutto in buona parte di notte e nelle nostre camere, dove avevamo il computer. Il risultato fu soddisfacente, ma ovviamente ben lungi dall'essere un prodotto completo. "SperiMentiamo" è anche una parte del titolo del secondo album, che si prefiggeva come obiettivo quello di sperimentare un nuovo modo di fare musica, per noi. Grazie ai consueti "agganci" di Simone riuscimmo a ottenere alcune basi musicali da un membro dei "Liricas Analas" (un gruppo hip-hop che propone testi in reto-romancio), che ci permise di registrare le nostre canzoni a prezzo modico nel loro studio a Sedrun. Fummo ovviamente ben felici di accettare e ci imbarcammo in quella nuova avventura. Ma il terzo e ultimo album è sicuramente l’apice di tutte le sperimentazioni proposte finora dal gruppo.

SIMONE FONTANA: Visto che la risposta di Daniele è stata più che esauriente, mi permetto di interpretare la domanda in maniera più libera. I tWa (the Worst aWkWords) erano in origine J-honKEY e meSs OnE; con il tempo sono riusciti a diventare Simone e Daniele.

Il taglio multidisciplinare che date al progetto Mai Chiuso (1) Occhio rinforza il seguente aspetto: è si un lavoro collettivo, ma ogni apporto individuale è valorizzato in giusta misura. Come nasce il progetto in origine? Come avete lavorato? A chi e perché avete chiesto la collaborazione?

CAVADINI: Il progetto nasce dall'intenzione comune di appunto sperimentare qualcosa di nuovo, di voler creare un prodotto inusuale. L'idea del racconto trasposto in musica è subito piaciuta a entrambi e per questo motivo la primissima fase è stata quella di scriverlo, in modo che il tutto cominciasse a prendere forma. Terminata la scrittura del racconto in prosa sono stati assegnati uno o più capitoli a vari musicisti che ne hanno tratto melodie e suoni. La scrittura delle parti in rima è stata fatta quasi alla fine, quando ogni capitolo aveva già una sua precisa sonorità e atmosfera. Il testo in prosa è anche stato utilizzato per la creazione delle copertine e delle illustrazioni che sono riportate all'interno del libro allegato al disco e come spunto per la creazione del diaporama che può essere visto inserendo il CD all'interno di un qualsiasi computer.

FONTANA: Come detto, tutto nasce da un mio racconto come origine delle più variegate espressioni artistiche. L’idea era di stimolare prima di tutto svariati musicisti, che potessero “raccontare in musica”.  La valorizzazione massima di ogni apporto individuale è implicita nella grande libertà che ciascun artista ha avuto: non si è trattato di creare un prodotto su misura per noi, bensì di mantenere come riferimento ultimo il racconto in prosa. Ho svolto soprattutto il ruolo di coordinatore e mi sono preoccupato di incanalare e “valorizzare” stimolanti discussioni, che un progetto del genere fa nascere. Nessun artista è stato chiamato per caso; al contrario, tutti proponevano arte da me particolarmente apprezzata e utile alla realizzazione del nostro progetto. 
Mio fratello Samuele ha collaborato con testi e voce in quasi tutti i brani, oltre a curare parte dell’art work. I compositori delle musiche sono Giulio Granati, Zeno Gabaglio, Roberto Guida, The Flag, Gianni Guida, Thomas Huber, Simon Würgler, Andrea Serena, David Cino e The Guinnass. Antonio Chindamo (Auditoria Records) si è occupato di diversi arrangiamenti addizionali. Cantanti e strumentisti sono troppi per poter essere nominati uno ad uno (anche se lo meriterebbero). Mio padre Giovanni Fontana è autore dei dipinti contenuti nella grafica, mentre altre illustrazioni sono state curate da Francesco Cairoli e Gianni Nägeli. Infine, Riccardo Bernasconi e Francesca Reverdito (Studio Asparagus) hanno realizzato un diaporama sperimentale basato sul racconto.

Il racconto allegorico è scandito in capitoli. I brani musicali corrispondono ognuno ad un capitolo. Mi sembra che sia anche un modo per levigare, disincagliare, mettere in luce la materia e la lingua del testo in prosa. Infatti esso sembra costituito da materia quasi grezza, invece i testi delle canzoni sono ricercate, molto scandite, quasi troppo, quasi a voler diventare ossessive. Quest’operazione, risponde a un bisogno musicale, oppure è anche un’esigenza poetica?

CAVADINI: Il racconto in rima ha come fine ultimo quello di fornire tramite un punto di vista soggettivo della vicenda un'ulteriore chiave di lettura del racconto in prosa, aumentando perciò la fruibilità dello stesso. La cosa che sicuramente si nota ascoltando o leggendo le strofe è che Simone, Samuele ed io abbiamo modi diversi di approcciarci alla musica e alle rime che scriviamo. Simone si diverte molto a giocare con le parole e i significati, le sue strofe sono tutte minuziosamente curate (quasi in maniera ossessiva) e difficilmente un ascolto distratto permette di cogliere tutti i riferimenti e i giochi di parole che sono effettivamente presenti; questo suo modo di scrivere mi ha sempre affascinato, perché ogni ulteriore ascolto fa percepire nuove sfumature che magari non erano state notate prima. Samuele è sempre stato parte integrante del gruppo, le sue collaborazioni sono presenti in tutti e tre i nostri dischi e sono diventate ormai fondamentali; nell'ultimo disco Samuele ha dato voce a personaggi "particolari", cioè come un po’ esterni al racconto in prosa, e le sue strofe fanno spesso il verso alle nostre, lasciandone intuire la natura. Il mio modo di scrivere è più diretto, basato prevalentemente sulle immagini che ho in testa mentre focalizzo il contesto del quale sto scrivendo; il racconto in prosa di Simone, da questo punto di vista, mi ha dato sicuramente moltissimi spunti. Durante la creazione delle strofe ci siamo pure divertiti ad inserire riferimenti diretti al testo in prosa, in modo da rimarcarne l'importanza e per guidare il lettore durante l'ascolto. Per fare un esempio, le prime parole di ogni capitolo del racconto in prosa combaciano con le prime parole dei brani musicali, e allo stesso modo le ultime parole di un brano sono le stesse che chiudono i capitoli del racconto.

FONTANA: Nel mio caso, bisogni musicali ed esigenze poetiche non sono mai disgiunti. Infatti, come Daniele, nasco artisticamente come scrittore e divento in seguito, parallelamente, “scrittore in musica” (considero il termine musicista un po’ esagerato per descrivere la mia persona). Se è vero che i brani musicali mettono in luce il testo in prosa donandogli voce, affanno, concitazione, si può anche affermare che il testo in prosa, viceversa, faciliti la comprensione di testi in rima a tratti criptici e claustrofobici. La differenza marcata tra poesia e prosa è voluta, funzionale: le due forme di scrittura in questo caso si completano. Trovo interessante come la forma poetica porti ad una cernita degli eventi salienti da raccontare, ad una ricerca di ciò che è davvero essenziale a livello di contenuto, mentre va ben oltre l’essenzialità nella forma e nelle scelte lessicali.

Mai chiuso (1) occhio riprende, almeno nel titolo un motivo che si trova già nel vostro album precedente (2007), penso a brani come “Aprire gli occhi”, “Aprirvi gli occhi”. È una ripresa che si limita ai titoli oppure c’è una continuità tematica e/o stilistica nei vostri lavori che volete ribadire?

CAVADINI: Il filo conduttore che lega tutti i nostri dischi è quello dei temi di luce e buio, che ogni volta vengono impiegati in modi diversi. Il titolo del primo lavoro,  "Not(t)etempo", esplicitava che tutto il disco era stato registrato e prodotto per la maggior parte durante la notte; in aggiunta i temi trattati erano prevalentemente cupi, tipici del periodo adolescenziale che stavamo vivendo. Il secondo disco, "SperiMentiamo… Il Vespro e l'Alba", attinge all'antitesi luce/buio già nel titolo e in alcuni dei brani che lo compongono. La prima traccia dell'album, "Aprire gli occhi", è metafora della trasformazione che stavamo vivendo (stavamo maturando nuove esperienze e crescendo, cosa che ci portava inevitabilmente ad aprire gli occhi su un mondo che fino a quel punto ci era sembrato sempre ai nostri piedi), e segna quindi l’inizio di un viaggio nell'oscura realtà, piena di delusioni e paure. L'ultimo brano, "Aprirvi gli occhi",  simboleggia il ritorno verso la luce, una seconda nascita, questa volta colma delle esperienze che abbiamo vissuto nel corso degli anni, sperando di poter riuscire ad aprire gli occhi a più persone possibili. L'ultimo lavoro è anch'esso ampiamente caratterizzato da questo tema; questa volta, però, l'oscurità è intesa come scarsa conoscenza di sé, che gradualmente viene mitigata quando ci si accetta per quello che si è.

FONTANA: La continuità tematica e stilistica dei nostri lavori è evidente e mi sta molto a cuore. I rimandi sono numerosi ed è impegnativo coglierli tutti; giochiamo molto sul simbolismo e sull’allegoria. Altrettanto importanti sono le differenze tra i progetti, che segnano il nostro cammino artistico e umano. Abbiamo cercato di toccare le più disparate espressioni artistiche, di sperimentare costantemente; ma c’è una forma d’arte, oltre ovviamente alla musica, che sintetizza la nostra opera più di qualunque altra: l’arte di vivere. Questo tema centrale e ricorrente è anche uno dei motivi che ci spinge ad arricchirci e crescere grazie a collaborazioni artistiche, che sono prima di tutto incontri e confronti tra esseri umani.

Nell’introduzione citate Musorgskij. Il vostro procedimento potrebbe effettivamente far pensare alla suite "Quadri per un’esposizione", che il compositore russo crea ispirandosi dipinti del pittore Hartmann. La sua musica viene poi a sua volta ripresa e riproposta anche con modalità radicalmente nuove (viene orchestrata da Ravel, ma penso ad esempio anche alle riprese degli Emerson, Lake & Palmer). L'opera buca dunque i confini tra discipline e tra tradizioni e stili diversi. C’è un’idea simile dietro al vostro progetto?

FONTANA: Complimenti, sei riuscita a cogliere il legame con l’opera “Quadri di un’esposizione”! Anni fa mi ha folgorato, ha cambiato profondamente il mio modo di rapportarmi alla musica. Nel nostro primo disco, di cui ha parlato Daniele nella prima risposta, quasi tutti i campioni musicali provengono da questa splendida suite. Nel progettare il nostro ultimo disco, non ho potuto fare a meno di sentire ancora forte il legame con quello stupore giovanile. In un certo senso il progetto è un modesto tributo a un compositore che mi ha dato davvero tanto. La similitudine è soprattutto di stampo compositivo: la musica come colonna sonora e rappresentazione delle immagini che inevitabilmente affiorano alla mente quando si legge un racconto (simili ai quadri che Musorgskij aveva ammirato). L’abbattimento dei confini tra discipline, tradizioni e stili diversi  nasce invece dalla nostra voglia ed esigenza di sperimentazione senza alcun limite imposto, di arricchimento personale grazie a ciò che è “altro”.