Giovane poesia nella Svizzera italiana (2)

Elena Jurissevich, Christophe Martella e Leopoldo Lonati

Approfondissement du 14.02.2005 par Pierre Lepori

La Svizzera Italiana pullula di giovani poeti: è un dato degno di nota, poiché - se è vero che tradizionalmente la letteratura svizzera di lingua italiana ha dato nomi illustri alla letteratura tout court(Bianconi, Martini, Giorgio e Giovanni Orelli, Pusterla), da anni non si vedeva una tale voglia di versi nella regione. Grazie anche all'apparire di nuove sigle editoriali (progetti anche minuscoli ma con ambizioni d'apripista e di raffinata qualità) le voci giovani - scomposte talvolta, più spesso impressionanti per maturità - sono ormai in gran numero. Questo in una regione in crisi e mutazione, che sembra aver smarrito la voglia di qualità intellettuale e creativa (tra manie di grandezza, imperativi turistici e provincialismo ereditario). Nel teatro e nella poesia, molti giovani svizzero-italiani trovano oggi uno spazio in cui dire la lacerazione e la difficoltà di essere al mondo, partendo da un io spesso soffocato, cercando nella poesia una resistenza in forma di parole.

Elena Jurissevich non è la promessa di una nuova voce poetica: è qualcosa di simile a quel che Pierre Emmanuel ha definito un "geyser", una forza espressiva rude e potente che, dalle lande carsiche dell'indicibilità s'apre un varco e riversa d'emblée sul lettore un lirismo incandescente. "Tre cose più di tutto all'universo / esserci, essere vera, dire vero", s'apre con questa epigrafe Salmi di secondo tipo (si noti il cimento d'un titolo programmatico e si tenga presente che Jurissevich è titolare di una licenza in teologia ed una in lettere) che bene racconta la necessità di una "poesia onesta", che ha come fine ultimo la dicibilità, la rottura di una crosta di silenzio. Poesia esplosiva, dunque, che tuttavia rifiuta abbastanza risolutamente l'autobiografia in versi, l'enfasi di un troppo impudico disvelarsi. Lo stile è tutto in bollori e fratture, tutt'altro che "spontaneista". La scrittura di Jurissevich, fin dalle prime pagine, s'apparenta fortemente all'esperienza poetica di Jolanda Insana (come non pensare a La stortura di fronte a versi come "Troppa carne accalcata. Non sazia. / non ti voglio, al macello"; "sciaborda e rossa ti fracassa") ed anche alle più giovani Rosaria lo Russo (più barocca, tuttavia) ed Elisa Biagini, non a caso traduttrice in italiano dell'americana Sharon Olds (Satana dice). Stessa lingua ispida, piena di sprezzature, di bruschi passaggi di registro; si prenda l'incipit del volumetto: "Perché è ciclopico lo scarto fra noi e / le Candy Candy che sussurrano a una barbie il segreto di un nome", in cui anche il ritmo del primo classicissimo endecasillabo giambico è scassinato nel giro d'un inarcatura muta. Stessa volontà di tuffarsi nel profondo per trarne i gioielli grezzi di una scena primaria, in cui il corpo è al centro del dire e la lingua si fa pelle che a stento contiene. Stessa opposizione forte tra un io fortemente connotato come femminile e un tu maschile, patriarcale o familiare. Non sarà dunque un vezzo classificatorio includere questa poesia in un drappello piuttosto compatto di poetesse carnali e drammatiche, in cui ai nomi sin qui già citati si possono aggiungere anche l'austriaca Evelyn Schlag e certamente della neocastellana Monique Laederach.

E' un libro d'esordio anche quello di Christophe Martella, studente in lettere a Milano, che a partire dal titolo (Brisco Delago) e dalla nota liminare "Al gentile lettore" tenta di presentarsi sotto il segno di un certo straniamento, presentandoci le carte sparse, trovate in una buia cantina, di un Ludwig Hohl contemporaneo, disattribuendosi dunque le poesie del suo libretto. Operazione forse non del tutto necessaria (anche se bene denota l'idea di una poesia come "messaggio nella bottiglia"), perché Martella è ben edotto di poesia contemporanea e non cede quasi mai alle lusinghe di una poesia confessionale. Dalla sua, questo giovane autore ha infatti un senso preciso e potente della realtà corporea, un forte e nostalgico sentimento del tempo, una danza riuscitissima di immagini e atmosfere. La parte in prosa poetica (Preludi frammenti) è certamente la migliore di quest'esordio, capace al contempo di rendere la realtà atmosferica con giusta trasparenza e le difficoltà del poeta a restituirla in parole: "La tesa piana del lago si abbandona, lirico simulacro, in un canto - forse più pallida eco - sul molle ritmo dei colori del bosco, malcerto riflesso nell'ampio abbraccio dei monti. Danzano luce e lago, svogliati ballerini, una sarabanda avvolti nei loro mantelli d'inverno, vecchi complici scivolano sul ghiaccio del cielo, tracciando forme di noiosa perfezione, pacata come chi s'ama da tempo, danza e oltre non può andare." Più leziosi e linguisticamente studiati appaiono invece i versi veri e propri, che ritrovano compattezza e forza là dove accettano di frangersi e rompere maggiormente il ritmo (Venezia) oppure osando una maggiore temperatura emotiva e profetica, come nel testo d'ascendenza manzoniana che chiude la raccolta: "Alta s'è levata la dura selce / nella notte scura del sacrificio / del primo 'io' del primo 'tu' guerriera".

Non è invece un esordio, ma una conferma molto attesa, quella di Leopoldo Lonati, che a dieci anni dal discreto volumetto diGriselle, si ripresenta ora - sotto la stessa meritoria sigla editoriale (legata alla libreria Leggere di Chiasso) questo Le parole che so. Già il precedente volume (che a sua volta raccoglieva, tra gli altri testi, il folgorante Res Rem Rien, sequenza d'esordio pubblicata nel 1996) dava la misura di un poeta dell'estrema rarefazione, che anziché trovare il gelo, nel restringere a budello la materia delle parole, attingeva una forte temperatura emozionale; bastino tre versi come "Rimane solo / Un embolo di luce / Titubante" a garantircelo. Il nuovo libro conferma l'impressione dell'esordio e giovandosi dell'acuta postfazione di Dubravko Pušek c'indica anche con più chiarezza la scelta di un dettato prosciugato fino allo spasimo (che l'autore condivide con il postfatore). Ma questo libro si apre anche a una maggiore complessità: alla consueta attenzione metatestuale ("Ma le parole le parole / (come i sogni) sanno di noi / Cose che noi stessi ignoriamo / di noi"), s'aggiunge una più decisa impronta poematica (fino ad assumere una forma strattonata direquiem) ed anche qualche spostamento di una lingua sempre sorvegliata verso l'alto, come nel cristico Ufficio delle tenebre che chiude il libro e non può non far pensare alla crocifissioni di Bacon e di Giovanni Testori. Il linguaggio, sempre in una sua economia sorvegliatamente "cantabile", osa dunque incandescenze d'ascendenza mistica ("Senza rimorsi / È / Acqua che cambia letto / Letto che cambia cielo / Cielo che cambia / / È / La cancellatura / Tra l'urto e il miraggio / È / Il dispetto del volo"), anche se le improvvise impennate sono talvolta controbilanciate da tuffi ironici o stranianti ("Dentro questo / qui-e-ora / et labora"). E' un libro, quello di Lonati, che occorre leggere a più riprese, percorrendolo nelle sue scanalature di umana sofferenza, un libro popolato di clangori e dolcezze, che nonostante taluni tratti provocatori (per il lettore) non ha traccia di edonismo poetico.

Il che è un po' la costante di queste giovani voci poetiche, nate in anni in cui la superficialità sembra prendere il sopravvento, una poesia necessaria e onesta (con tutte le sue sbavature e i suoi tentennamenti), un gesto di scrittura estremamente responsabile (con sé ed il mondo), libero dai condizionamenti geografici contingenti, dà oggi i suoi fiori blu nella Svizzera Italiana.