Die «Bielergespräche»

Begegnungen zwischen Autorinnen und Übersetzern

Approfondissement du 14.07.2014 par Li Mollet, G. Soldini, B. Mundwiler, W.M. Fues, K. Furler

Alles hat einen Anfang. Die Idee für die «Bielergespräche» kam von Friederike Kretzen, Urs Allemann, Rudolf Bussmann und Daniel Rothenbühler. In der Gründungszeit des Schweizerischen Literaturinstituts galt es, auch ein Konzept für bestandene Autorinnen und Autoren zu entwerfen: Keine Bildung ohne Weiterbildung. Der Begriff «lebenslanges Lernen» – sei’s als Erwartung oder als Zumutung, an der auch Schreibende nicht vorbeikommen – passt, um sich eine Vorstellung davon zu machen, weshalb die «Bielergespräche» ins achte Jahr gehen. Erstaunlich ist, dass sich jedes Jahr eine neue Gruppe findet, die sich freiwillig für die Organisation vom folgenden Jahr verantwortlich zeichnet.

Erfragt werden unveröffentlichte Texte in allen Landessprachen, die – der Literatur des letzten Jahrhunderts geschuldet – eine andere Art oder einen überraschenden Zugang suchen.

Immer mehr Schreibende folgen im klirrenden Monat Januar der Einladung, Texte vorzulesen und sich den Kommentaren der mithörenden Autorinnen und Autoren auszusetzen. Ein riskantes Unterfangen: Wer seine Texte zur Diskussion stellt, ist verletzlich, weil literarisches Schreiben ohne perlmutterfarbene, durchlässige Sensibilität niemals zu literarischem Ausdruck findet. Die Zuhörerinnen und Zuhörer jedoch sind eine aufmerksame Fachöffentlichkeit. Wer selber schreibt, weiss um die delikate Situation: Kritik kann fördern, aber auch verstören, zerstören.

Auch Übersetzerinnen und Übersetzer interessieren sich dafür, noch nicht Publiziertes in ihre Sprache zu transferieren. Sie sind Teil der Fachöffentlichkeit, sie lesen und hören genau, suchen nach dem passenden Ausdruck in ihrer Sprache. Um zwei Beispiele zu nennen: Ist etwas bunt, farbig oder kitschig? Worin besteht die Unschärfe der literarischen Figur? Solche und ähnliche Fragen verhelfen den Autorinnen und Autoren, ihre Texte allenfalls zu präzisieren – ein unschätzbarer Beitrag.

Li Mollet

Un esempio: «Incontri di Bienne» 2014: Atelier «Nonni»

Da un paio d’anni collaboro all’organizzazione degli «Incontri di Bienne», come rappresentante della regione di lingua italiana. Gli «Incontri» sono una manifestazione in cui ad autori e traduttori è offerta l’occasione di lavorare insieme su testi originali, di poesia o di prosa, nelle tre lingue ufficiali. Agli autori si chiede di inviare testi inediti. Tra questi testi il Gruppo di preparazione sceglie quelli da tradurre e li propone ai traduttori che si sono annunciati e che li traducono nelle altre due lingue. Altri testi sono discussi in atelier tematici. Negli «Incontri» del 18 gennaio 2014 tre testi hanno subito attirato la nostra attenzione, in particolare la mia, per la comunanza del tema: la ricerca di un dialogo fra nonni, padri e figli negli anni dopo la seconda guerra mondiale.

Sono nata nel 1943, in Svizzera, dunque in pieno periodo bellico. Non ho ricordi precisi, un’immagine che mi si sia fissata nella memoria. Ero troppo piccola per quegli avvenimenti, ma pur non capendo ho assorbito, ho immagazzinato sensazioni, sentori, a pelle. Solo una fotografia mi ricorda che sono nata in tempo di guerra. Mi coglie sulla loggia della casa dei nonni, imbacuccata in mantello e cuffia, inverno ’44-‘45. Sono in piedi e mi dirigo a passi incerti verso chi sta fotografando, sullo sfondo uno zaino militare di pelo di cavallo, coperta, gamella, più arretrato un uomo seduto, in abiti militari, i pantaloni sorretti da bretelle. Si gode il sole invernale. È rimasto sconosciuto, forse uno dei tanti che a periodi alterni alloggiava nel mio villaggio non lontano dalla frontiera con l’Italia o forse un conoscente dei nonni. Non l’ho mai saputo. Quando ho chiesto di lui, loro non c’erano più. Il papà era via da casa, in servizio militare; era uno dei pochi a saper guidare un camion, e mezzi e soldati dovevano essere spostati nella Svizzera interna. Il nonno. Il nonno era capomastro. Dopo anni di vita agra per mancanza di lavoro, in quegli anni era molto occupato e anche lui assente per lunghi periodi. Il ridotto andava completato. Anche lo zio era mobilitato lontano da casa, nella Svizzera francese. La nonna e la mamma li sostituivano nei campi e nel negozio. Dei parenti e conoscenti in Italia non si sapeva più nulla e non si poteva che temere. Non erano tempi sereni, era il tempo della paura palpabile.

Che cosa mi hanno raccontato quando ho cominciato a capire e a chiedere? Poco o nulla di fatti concreti. Cercavano di raccontare della paura, ma le parole mancavano. Come si fa a trasmettere, a chi non le ha vissute in prima persona, la paura, l’angoscia, come ripetere le domande che anche loro si erano posti, in sordina perché in fondo temevano di dover sapere troppo. I treni, piombati, transitavano. Perché, cosa trasportavano? Sapevano? Forse intuivano. Allora non si raccontava, si sussurrava appena fra chi era testimone. E quando tutto fu finito, a chi raccontare? Ai figli? No, bruciavano ancora troppo i ricordi, gli uni non volevano parlare, gli altri non volevano ascoltare. E i bisogni di tutti i giorni incalzavano. Non c’era né tempo né voglia.

Ma prima o poi qualcuno fa domande. Forse qualcuno dei figli, qualcuno dei nipoti che comunque hanno incamerato sensazioni che vogliono essere spiegate, sensazioni provate da chi ci ha generato, da chi ha fatto, ha vissuto la guerra, che ci si sono incollate addosso, ci costringono a ricordare quello che non sappiamo ricordare e allora, per capire perché, si interroga chi potrebbe aiutarci. E quando non si ricevono risposte, si cerca altrove.
Si cerca nei libri di storia. E la storia ci dà delle risposte ma non può darle a livello individuale, non ci dice cosa facevano, cosa pensavano, come reagivano i nostri nonni, i nostri genitori. E noi, noi abbiamo bisogno di sapere da dove veniamo, di spiegare le tracce lasciate dagli eventi del passato e fare i conti con il passato. E ci interroghiamo: chi ci ha preceduto ha ignorato, si è adattato, ha collaborato? Oppure si cerca nei racconti di altri che immaginano cosa potrebbe essere accaduto.
Ecco la ragione per cui, letti i racconti di Katrin Furler, di Wolfram Malte Fues, di Beat Mundviler, ho deciso di tradurli. Perché condivido con loro la voglia non soddisfatta di sapere, di conoscere, di indagare quello che hanno fatto i nostri familiari in quei tragici momenti, il bisogno di non dimenticare. I tre autori hanno dato voce a chi, come me, si pone le stesse domande e non ha ricevuto risposte esaurienti.

Gabriella Soldini

«Bielergespräche» 2014: Die Texte des Ateliers «Grosseltern»

1. Wolfram Malte Fues
Erzählen

Großvater. Wer war er, was war er, bevor er mein Großvater wurde? Der Vater meines Vaters und insofern immer schon mein Großvater, bevor er mein Großvater wurde. Ich weiß nichts über meinen Großvater, bevor er mein Großvater wurde. Er hat nie über sich als den Vater meines Vaters gesprochen. Andere auch nicht. Also muss ich mir, wenn ich mich nicht mit einem halben Großvater begnügen will, seine Lebensgeschichte selber ergänzen. Nicht nach ihrer Wahrscheinlichkeit. Deren Schein trügt immer, weil er aus dem entsteht, was ich für wahr halte. Nach dem, was zu seiner Zeit möglich war, nach dem Schlimmstmöglichen. Damit kann ich mich irren, aber nicht belügen.

Also. Großvater.

Großvater verdanke ich mein erstes Taschengeld. Meine Eltern gaben mir noch keins. Ich würde davon, meinten sie, doch nur Süßigkeiten, Lakritze, Bonbons, Toffee und was es damals noch so alles gab, kaufen. Dabei wussten sie eigentlich, dass ich keine Süßigkeiten mochte. Wenn Großvater nach seinem kurzen Mittagsschlaf vom Sofa mit der braunen Decke und dem Schachfiguren-Muster aufstand, griff er, nachdem er sein Jackett übergezogen hatte, ins Münztäschchen und klaubte Pfennig-, Zehn-Pfennig-, manchmal sogar ein silbernes Fünfzig-Pfennig-Stück heraus. Dafür kaufte ich mir meine ersten Modell-Autos. Personenwagen, Lieferwagen, Lastwagen und meinen besonderen Stolz: einen Sattelschlepper. Großvater

der in seinem Kübelwagen an der Spitze der Kolonne fährt, riecht das Lager schon, bevor er es sieht. Die Strasse führt an der Bahnlinie entlang, und jetzt liegen die ersten Toten auf und neben den Gleisen. Es werden immer mehr. Jetzt liegen sie schon auf der Strasse, immer dichter. Großvaters Fahrer versucht um sie herumzukurven, vergebens. «Fahr drüber», sagt Großvater, «es hat keinen Zweck.» Am Bahnsteig hinter dem Tor zur unteren, ersten Abteilung steht ein Zug, die Schiebetüren der Güterwagen halb offen, hinter ihnen ineinander verklammerte, verknäulte Menschen, die meisten offenbar tot, einige wenige zeigen noch Spuren von Leben. Der Transport scheint schon vor ein paar Tagen eingetroffen zu sein. Man hat die Sterbenden sich selbst überlassen und stattdessen die Wagen geplündert, überall liegen aufgerissene Koffer, Taschen, Pappkartons, Bündel herum. Der Kommandant, in weißer Sommer-Uniform, kommt Großvater über den Bahnhofplatz entgegen. Er schwingt eine zu Dreivierteln leere Flasche, während er durch Kleider, Mäntel, Schuhe, Wäsche watet, durch Schals, Hüte, Brillen, durch in der Sonne glitzernden Schmuck, und durch Geld – Münzen, große und kleine, darüber Schichten, Berge von Papier, die jeder Schritt raschelnd hoch wirbelt, bis sie um Kopf und Schultern des Kommandanten flattern wie eine Schar aufgeregter Vögel. Drüben am Wald hinter der oberen Abteilung brennen Feuer, kreischen Frauen, grölen Männer. Die Wachmannschaften feiern. Großvater springt aus seinem Wagen, lässt seine Leute antreten und gibt seine Befehle. Er schafft Ordnung

in meinem Taschengeld. Damit ich es nicht länger zwischen meinen Spielzeugautos und meinen Märchenbüchern verstecken musste, schenkte er mir mein erstes Portemonnaie, ein kleines viereckiges, das man wie einen Kinderbrief oder ein Mädchentaschentuch zusammenfalten konnte, aus blattgrünem Leder mit einer leicht verblichenen, hier und da ein wenig abgeriebenen Goldverzierung. Es stammte, glaube ich, aus Italien oder aus Griechenland. Außerdem sprach
er mit meinen Eltern und überzeugte sie davon, dass ich nun alt und verständig genug sei, um mein eigenes Geld zu verwalten. Er werde dafür sorgen, dass es so bleibe. Am nächsten Mittag bekam ich ein Notizheftchen mit karierten Seiten und einen Geschäftsbleistift von ihm, damit ich so wie er über meine Einnahmen und Ausgaben Buch führen könne. Jeden Montagmorgen, bevor er ins Büro ging, legte ich ihm die Seite mit den beiden Zahlenreihen vor. Er hat nie irgendeine meiner Ausgaben getadelt oder sie mir gar verboten. Er hat nur genickt und in der Tasche seines Jacketts  nach den Münzen für die kommende Woche gesucht.

Manchmal nahm Großvater mich mit in die kleine Fabrik, die ihm gehörte und die er leitete: Bänder, Litzen, Spitzen. Ich tollte, genussvoll unbeaufsichtigt, durch die helle hohe Halle mit dem stets sauber gefegten Zementboden und ließ noch leere Papprollen, mit denen die fertige Ware aufgewunden werden sollte, durch die langen graden Gänge laufen, während ich dem Surren und Pochen der Maschinen zuhörte. Großvater saß in seinem kleinen, von der Halle durch eine nachträglich eingezogene Wand abgetrennten Büro, kontrollierte Bestellungen und Rechnungen, unterschrieb die Briefe, die seine Zwei-Tages-Sekretärin für ihn bereit gelegt hatte, telefonierte und führte das Hauptbuch. Manchmal machte Großvater einen Rundgang, um die Arbeiter zu überwachen. War unsauber aufgespult, zeigten sich Abweichungen vom vorgezeichneten Muster oder gar Webfehler, wurde Großvater wütend. Solidität und Seriosität waren ihm wichtig. Ich halte, pflegte er zu sagen, was ich meinen Kunden versprochen habe.

Großvater ist sehr wütend. Die Dummheit oder Nachlässigkeit irgendeines Unterführers hat versäumt, den Transport seine Kleider ab- und zusammenlegen zu lassen, bevor er unter die Duschen kommt. Nun muss das Häftlingskommando, das die Gaskammern leert, die Leichen erst ausziehen, bevor es sie in die Aufzüge zu den Krematorien schleppen kann. Großvater, mit der Schlaufe der Reitpeitsche gereizt in die linke Hand klopfend, beaufsichtigt die Häftlinge bei dieser Arbeit. Einer ist eben dabei, einer toten Frau den linken Strumpf abzustreifen. Das gelingt nicht ohne Risse. Großvater wird noch wütender. «Pass doch auf», schreit er und schlägt dem Gefangenen die Peitsche ein paarmal quer übers Gesicht, «die Sachen werden noch gebraucht! So macht man das!» Großvater legt die Peitsche weg und beginnt mit dem rechten Strumpf. Aber

er kann es auch nicht besser, sagte meine Großmutter, als sie mir die dicken Strickstrümpfe, die ich hasste, anziehen musste, weil Großvater, der mit mir einen Winterwaldspaziergang machen wollte, damit nicht zurande gekommen war.

Wolfram Malte Fues
Begleittext Erzählen

Am 6. April 1944 bin ich in Bremen auf die Welt gekommen. Morgens gegen neun Uhr. Am gleichen Morgen überfallen SS und SD das jüdische Kinderheim ‚Colonie enfant‘ in Izieu-Ain und nehmen 41 Kinder sowie das gesamte Betreuungs-Personal fest. Die Kinder werden am nächsten Tag nach Auschwitz deportiert. Überlebt hat keines. Während mein Leben beginnt, nimmt die Nation, in deren Sprache, Kultur, Gesellschaft und Geschichte ich eintrete, 41 anderen Kindern das Leben. Die Nation? Wer? Jemand aus meiner Nachbarschaft? Jemand aus meiner Verwandtschaft? Vielleicht sogar mein Grossvater? Vielleicht nicht. Eher unwahrscheinlich, oder? Aber doch möglich, nicht wahr?

Ich bin nicht vertraut mit dem Italienischen. Aber einzelne Wörter und Wendungen kann ich für mich ausmachen: Grossvater – nonno. Könnte ich die Geschichte, die ich von meinem Grossvater erzähle und dem, was er vielleicht zu erzählen gehabt hätte, auch von ‚mio nonno‘ erzählen? Nein. Das Wort widersetzt sich für mein Empfinden dem, was es hier bedeuten soll. Das Wort ‚Grossvater‘ nicht. Was also tut das Italienische mit meiner deutschen Geschichte? Wie geht es mit ihr um? Wohin geht es mit ihr? Ich weiss nicht. Weiss wer?

Wolfram Malte Fues
Raccontare
Übersetzung: Gabriella Soldini

Nonno. Ma chi era lui, chi era lui, prima di diventare mio nonno? Il padre di mio padre e perciò già mio nonno prima che diventasse mio nonno. Non so niente di mio nonno, di prima che diventasse mio nonno. Non ha mai parlato di sé come padre di mio padre. Neppure gli altri. Dunque, se non mi voglio accontentare di un mezzo nonno, devo completare da me la storia della sua vita. Non in base alla sua verosimiglianza. La sua apparenza inganna sempre perché deriva da ciò che io ritengo vero. Secondo quello che in quel periodo era possibile, secondo cose peggiori possibili. E mi posso sbagliare, ma non mentire.

Dunque. Nonno.

È a nonno che devo la mia prima paghetta. I miei genitori non me la davano ancora. Dicevano che mi sarei comprato solo dolciumi, liquerizia, caramelle, le Toffee e quel che c’era ai tempi. Ma sapevano esattamente che i dolciumi non mi piacevano. Quando il nonno, fatta la breve siesta pomeridiana, si alzava dal divano dal rivestimento marrone e i motivi a scacchi, e rovistava, dopo aver indossato la giacca, nel taschino delle monete e ne estraeva monete da dieci, qualche volta addirittura un pezzo d’argento da cinquanta. Così mi sono comprato i miei primi modellini di automobili. Automobili familiari, furgoni, camion e una motrice per semirimorchio, il mio orgoglio. Nonno

che viaggia nella sua vettura aperta in testa alla colonna, sente già l’odore del campo ancor prima di vederlo. La strada si snoda lungo la linea ferroviaria, ed ecco i primi morti stesi lungo i binari e sui binari. Sono sempre di più. Giacciono anche sulla strada, sempre più fitti. L’autista del nonno tenta di scansarli, inutilmente. «Passaci sopra», dice il nonno, «non ha senso.» Sulla piattaforma dietro il portone di accesso al primo reparto sottostante c’è un treno, le porte scorrevoli dei vagoni-merci semiaperte, dietro s’intravvedono uomini aggrappati uno all’altro, aggrovigliati, la maggior parte apparentemente morti, pochi danno ancora segni di vita. Il trasporto sembra essere arrivato già da un paio di giorni. Si sono lasciati gli agonizzanti in balia di sé stessi e invece di occuparsene si sono saccheggiati i vagoni, giacciono sparse ovunque valigie sventrate, borse, cartoni, fagotti. Il comandante, in uniforme bianca estiva, va incontro al nonno attraversando la piazza della stazione. Fa oscillare una bottiglia vuota per tre quarti mentre si apre un varco fra vestiti, mantelli, scarpe, biancheria, fra scialli, cappelli, occhiali, fra gioielli che brillano nel sole e soldi – monete, grandi e piccole, al di sopra strati, montagne di carta, che ogni passo fa turbinare in alto frusciando, finché sfarfallano intorno a testa e spalle del comandante come uno stormo di uccelli eccitati. Al di là presso il bosco dietro il reparto soprastante un fuoco arde, delle donne strillano, degli uomini sbraitano. Le guardie festeggiano. Il nonno salta dal suo carro, fa avvicinare i suoi uomini e dà i suoi ordini. Crea ordine

nella mia paghetta. Perché non dovessi continuare a nasconderla fra le mie automobiline e i miei libri di favole, mi ha regalato il mio primo portafoglio, uno piccolo e quadrato, che si poteva ripiegare come una lettera di bambini o un fazzolettino da ragazzina, di cuoio verde foglia con una decorazione in oro leggermente impallidita e qui e là un po’ consunta. Proveniva, credo, dall’Italia o dalla Grecia. Inoltre ha parlato ai miei genitori e li ha convinti del fatto che ora ero grande e abbastanza maturo per amministrare da me il mio danaro. Si sarebbe preoccupato che rimanesse così. Il giorno dopo, a mezzogiorno, ho ricevuto da lui un’agendina con pagine quadrettate e una matita da ufficio affinché potessi tenere la contabilità delle mie entrate e uscite. Ogni lunedì mattina, prima di recarsi in ufficio, gli presentavo la pagina con le due colonne di cifre. Non ha mai avuto da ridire sulle mie uscite o non me le ha mai dovute proibire. Si è limitato semplicemente ad annuire e a cercare nella tasca della giacca le monete per la settimana seguente.

Qualche volta il nonno mi prendeva con sé nella piccola fabbrica che gli apparteneva e che dirigeva: nastri, passamani, trine. Io folleggiavo beato e abbandonato a me stesso su e giù per l’alto luminoso capannone dal pavimento di cemento assiduamente spazzato. Facevo rotolare i tubi di cartone ancora vuoti con cui si doveva impacchettare la merce pronta attraverso i lunghi corridoi diritti mentre ascoltavo il ronzio e il martellare dei macchinari. Il nonno stava seduto nel suo piccolo ufficio, separato dal padiglione da una parete elevata in un secondo tempo, controllava ordinazioni e fatture, firmava le lettere preparate per lui dalla sua segretaria che lavorava due giorni alla settimana, telefonava e faceva la contabilità. Qualche volta il nonno faceva un giro per sorvegliare gli operai. Se le bobine non erano ben avvolte, se non corrispondevano al modello tracciato o se c’erano errori di tessitura, il nonno si infuriava. Per lui erano importanti  solidità e serietà. Io mantengo, usava dire, quello che ho promesso ai miei clienti.

Il nonno è fuori di sé dalla rabbia. La stupidità o la trascuratezza di un qualche subalterno ha trascurato di far togliere e ripiegare i vestiti, prima di andare sotto le docce. Adesso il commando dei prigionieri che vuota la camera a gas deve anzitutto svestire i cadaveri prima di poterli trasportare ai crematori. Il nonno, picchiettando irritato il fiocco del frustino nella mano sinistra, sorveglia i prigionieri mentre fanno questo lavoro. Uno di loro sta sfilando la calza sinistra di una donna morta. E non può evitare che si strappi. Il nonno si infuria ancora di più. «E fai attenzione», urla e con la frusta colpisce un paio di volte di traverso il viso del prigioniero, «queste cose verranno ancora usate! È così che si fa!» Il nonno posa la frusta e comincia con la calza destra. Ma

anche lui non lo sa far meglio, diceva la mia nonna, quando mi metteva le pesanti calze di lana che odiavo, perché il nonno, che con me in inverno voleva fare una passeggiata nel bosco, non ne era venuto a capo.

2. Katrin Furler
Sepia

Mitten im dämmrigen Zimmer bleibt sie stehen, leicht vorgebeugt, den Kopf ein wenig zur Seite geneigt, lauschend. Ich höre nichts, abwartend stehe ich unter der Tür. Sie dreht den Kopf hin und her und schaut ihre Hände an, die Arme angewinkelt, die leeren Handflächen nach oben. Plötzlich dreht sie sich zu mir und blickt mich fragend an. Ich mache einen Schritt auf sie zu: «Komm, wir wollten doch die Schuhe ausziehen!» Sie streckt mir die Hände entgegen und lächelt. Als wollte sie mich daran erinnern, wie wir als Kinder gebetet haben: So nimm denn meine Hände und führe mich...
Nach der Prozedur des Schuhewechselns bleibt sie auf ihrem Bänkchen im Bad sitzen. Sie atmet schwer. Die weißen Haare stehen in wirren feuchten Büscheln um ihren Kopf. Schweißtropfen rinnen ihre Schläfen herab. Die Hände auf ihren Knien, knochig und krumm, liegengeblieben wie abgenutztes, unbrauchbares Werkzeug. Wie lange ist es her, dass diese Finger Mozart spielten? Und wann gab es erst das Kind, das mich aus großen Augen anschaut aus der sepiafarbenen, signierten Photographie mit gezacktem Rand, die auf dem Flügel steht: ein engelhaftes Geschöpf in weißem Spitzenkleid, das dichte dunkle Haar sorgfältig gebürstet und von einer Schleife zusammengehalten, neben den Brüdern in Matrosenanzügen feierlich drapiert auf der eleganten Chaiselongue.
Ja, eine «Tochter aus gutem Hause» ist sie, aufgewachsen in der Stadtvilla einer vornehmen Königsberger Familie mit weitläufigem Park und Personal. Es hieß, ihr Vater, ein angesehener Notar der Stadt, sei am Abend im Zweispänner vorgefahren und man habe dann im Salon gespeist, mit Meissner Porzellan, Familiensilber und hohen geschliffenen Gläsern. Anschließend wurde im großen Musikzimmer unter dem Lüster musiziert, die Kinder durften manchmal die Schlafzimmertüren ein Weilchen offen lassen, um zuzuhören. Zum Üben hätten sie ihren eigenen Flügel oben in ihrem Zimmer gehabt. Großmutter sei eine stolze, aufrechte Frau gewesen, so erzählte man sich, selbstbewusst, unbeugsam und lebenstüchtig. Ihre äußerst dezidierte Art zu sprechen klingt mir noch im Ohr, die nüchterne, klare Diktion einer Respektsperson, der wir nicht zu widersprechen wagten, wenn wir unter ihrer Obhut waren. Lehrerin war sie geworden, hatte dann aber früh geheiratet und bald selber für eine große Familie sorgen müssen. Ihr Mädchenname gehörte für sie zeitlebens zum Familiennamen, und wir führen ihn immer noch.
Ein leises Ächzen holt mich zurück in das muffige Bad mit den vergilbten Wäschestücken über der Heizung. Sie versucht, sich hochzustemmen. Sie bedeutet mir, sie allein zu lassen, sie schämt sich, ich soll ihre Unbehilflichkeit nicht sehen, das Nasse, das Peinliche. Ich weiß es, und doch ist sie dankbar, dass ich ihr stillschweigend beistehe. An Demütigungen kann man sich wohl kaum gewöhnen, aber vielleicht kann man lernen, sich ihnen nicht zu beugen. Standzuhalten. Krieg und Flucht hatten ihr keine Wahl gelassen, das zu lernen. Und sie hatte es gelernt. Obwohl sie sich beugen musste in das niedrige Stübchen irgendwo im Rheinland, wo sie, getrennt von ihren Kindern, eine Bleibe gefunden hatte. Obwohl sie sich an den Haustüren den Wünschen der Kunden beugen musste, damit sie ihr für fast nichts ein Kräuterteesäckchen abkauften. Obwohl sie sich um ein paar Groschen der störrischen Dummheit ihrer Nachhilfekinder beugen musste. Nachdem sie sich und ihre Habseligkeiten mit einem der letzten Schiffe über die Ostsee gerettet hatte, und nicht wusste, wohin, hatte Großmutter die kostbare italienische Geige ihrer Urgroßmutter zum Paket verschnürt auf die Post getragen, um sie im Westen in Sicherheit zu bringen. Auf die Belehrung, es sei verboten, «Waren» zu verschicken, hatte sie wahrheitsgemäß entgegnet, die «Ware» sei alt und «gebraucht»! Immer, wenn ich die Geige aus dem Futteral nehme, sehe ich die Großmutter, wie sie am Schalter steht, ungebeugt, schlagfertig, und ich bin stolz auf sie. Ich würde es ihr gerne sagen, wie sie da neben mir mit ihren Kleidern kämpft und schnauft, doch sie wüsste nicht, wovon ich spreche. Ob sie noch weiß, wie sie vor der Haustür am Fuß der engen Treppe zu ihrem Flüchtlingsquartier gestanden ist neben dem riesigen Schrankkoffer mit den hölzernen Dauben? Undenkbar, das Ungetüm dort raufzutragen! Die Großeltern müssen es auf der Straße öffnen, jedes der sorgfältig verpackten Bündel einzeln aus dem Stroh nehmen und nach oben bringen. Raschelnd kommt es aus den alten Zeitungen zum Vorschein und weitet die enge Stube: das Familiensilber mit Monogramm, vor dem Aufbruch glänzend poliert, vollzählig, die hohen geschliffenen Gläser, zwölf Stück, unbeschädigt, das Meissner Porzellan, mehrere alte Ölbilder, drei Bronzeplastiken eines Freundes, Schmuck, Bücher. Wie haben sie diese wertlosen Kostbarkeiten betrachtet? Ungläubig? Stumm? Weinend? Sarkastisch? Zornig? Wir wissen es nicht, darüber wurde nicht gesprochen, die Verhältnisse waren so, wie sie nun mal waren, da gab es nichts zu reden. Sie waren Flüchtlinge unter anderen Flüchtlingen. Sie hatten ihre Haut gerettet, das war schon viel, damals. Ihre Herrlichkeiten gaben sie an ihre Kinder weiter, zu treuen Händen, und kauften sich einen Tisch und einen Topf. Sie schlugen sich durch, ohne zu klagen, sie blieben stolz und aufrecht. Großmutter war unermüdlich tätig, sie kochte, nähte, strickte, wusch, aber sie las auch und schrieb in ihrer schön geschwungenen, regelmäßigen Schrift die zahllosen Briefe, die wir bis heute sorgfältig aufbewahrt haben. Nach dem Tod des Großvaters konnten wir sie bewegen, in ein Heim in unserer Nähe zu ziehen, damit wir ihr im Alter zur Seite stehen könnten. Bald nach diesem Umzug hatte es begonnen, das plötzliche Dastehen, verloren mitten im Raum, mitten in dem neuen schönen Zimmer. Wie eine Fremde schaut sie um sich, als habe sie den Faden verloren oder ihren Part vergessen. Sie sagt dann nie etwas. Sie weiß nicht, was sie sagen soll. Sie weiß nicht, was eine Frage ist, geschweige denn eine Antwort.
Ich sehe die losgerissene Eisscholle, auf der sie steht, die Beine leicht gespreizt, schwankend, ganz allein. Sie treibt ab. Ich will sie halten. Ich rufe, sie hört es, aber mein Stichwort ist für sie nichts als ein Geräusch. Es sagt ihr nichts. Ich möchte anknüpfen, doch sie erkennt den Faden nicht, den ich ihr zuwerfe, sie nimmt ihn nicht. Sie ist schon zu weit weg. «Ich muss los» sagt sie dann, «Ich kann jetzt nicht mehr warten. Es wird zu spät, wenn ich jetzt nicht gehe. Ich werde zu spät kommen.» Immerzu guckt sie auf ihre Uhr, zu mir, auf die Uhr, auf ihre Hände, auf die Uhr. Die Zeit ist ihr abhandengekommen, kein Eingang, kein Ausweg, kein Vorher, kein Später. Alles ist Jetzt. Hinter dem Jetzt ist nichts.Einmal treffe ich sie an, wie sie auf unserem großen Esstisch das gesamte Silberbesteck mit dem Monogramm ihrer Mutter ausgelegt hat, ganz vertieft, es zu sortieren, zu katalogisieren und dann sorgfältig in weiche Tücher und Kartons zu verpacken. «Ich muss das jetzt abschicken, weißt Du, Liebes, es kommt sonst nicht mehr an! Hilf mir!» Und ich finde angefangene Briefe an geheimnisvolle Fremde, in ihrer schönen schwungvollen Schrift beginnend, die Zeilen irren über das Papier, sie verlaufen sich, verlassen die Sprache, werden zu Girlanden. «Sie müssen Bescheid wissen, ich muss ihnen alles ganz genau beschreiben». Ein andermal bestickt sie sorgfältig ihre Wäsche mit ihren Initialen, damit es keine «Verwechslungen» gebe. Unentwegt räumt sie auf, verlegt und entsorgt Dinge, die an den seltsamsten Orten wieder zum Vorschein kommen. Ihre Unruhe quält sie, und sie quält uns. Auf unsere besorgten Fragen gibt sie ausweichende, manchmal abweisende Antworten, und wenn wir hilflos insistieren, wird sie barsch: «Ich muss nachhause, warum begreift ihr das denn nicht?».
Sie sieht unsere Bestürzung nicht, sie hört nicht das Getuschel. Sie wendet uns den Rücken zu. Sie geht zur Tür, durch die wir sie nicht begleiten können.

Katrin Furler
«Sepia» - fragwürdig?

War sie denn «schuldig»? Und wodurch? Als Mittäterin? Als Mitläuferin? Dürfen wir von ihren Verlusten überhaupt sprechen, solange diese Fragen nicht geklärt sind? Müsste man nicht – statt Mitgefühl zu wecken – anklagen oder doch zumindest schweigen? Unverzeihlich, über sie zu schreiben, ohne nach dem ob und wie ihrer Schuld zu fragen?
Solche Fragen kamen auf im Rahmen der «Bieler Gespräche» 2014 über meinen Text «Sepia», der im Atelier «Grosseltern» überraschend zwischen zwei Texte zu Holocaustthemen geraten war, die hier ebenfalls zugänglich sind. Der unerwartete Rezeptionskontext führte zu einer radikalen Verschiebung meiner Perspektive auf die Figur in meinem Text. Meine «naive» Lesart wurde mir plötzlich fragwürdig: Disqualifiziert sich, wer nicht mit Steinen auf sie wirft, auf die stillschweigenden Zeitgenossen, die hineingezogen wurden in die Zeitläufe, ungefragt, wider Willen, ohne dass sie Widerstand leisteten und (scheinbar) ungeschoren davon kamen?
Wie betrachte ich die sepiafarbenen Kinderbilder meiner eigenen Grossmutter aus dem 19. Jahrhundert, wie stehe ich an ihrem Grab? Ist es unstatthaft, freundliche Erinnerungen an sie zu behalten und zu beschreiben? Teilnahmsvolle Erinnerungen ohne Vorwurf oder Ressentiment – Einfalt? Sie hat die Greuel ihrer Zeit nicht verhindert, vielleicht hat sie noch nicht einmal dagegen protestiert. Sie hat die Geige gerettet und die Gläser – wie konnte sie! Sie hatte beide Brüder im ersten Krieg verloren. Ihre jüdische Schwiegermutter und deren Tochter nahmen sich gemeinsam das Leben, alt die eine, krank die andere, den Strapazen der Flucht 1942 nicht mehr gewachsen. Die Grossmutter hat Bronzestatuetten und Familiensilber eingepackt.
Der Kontext der Ateliersituation entfremdet mir meine Geschichte – zu Recht? Sie entgleitet mir in die Mühlen des zeitgeschichtlichen Konfliktes, der sich im Atelier erneut inszeniert: die Kriegsgeneration, die sich selbst als Opfer der Umstände fühlte, wurde nach 68 als Generation der Täter wahrgenommen.
Habe ich eine Sippschaft von vornehmen Ausbeutern und Dienstbotenschindern verherrlicht?  Von Profiteuren und zudem Davongekommenen? Blind, bloss weil es meine Familie hätte sein können?
Mit welchem Recht lege ich der Sepia-Grossmutter das abgetragene, aber entschuldbare Allerweltsgewand der Demenz an, anstatt ihre kultivierte, herzlose Raffgier zu geisseln? Oder doch wenigstens ihre Indifferenz?
Sollte ich ihr die Demenz «angedichtet» haben, um die Erfahrung der Verluste, des Verlorenseins neu zu beleben? In einem rechts- und moralfreien Raum? Oder vielleicht um sie nachträglich zu «strafen»? Oder um sie vor der Verfolgung durch die späten Rechthaber und Verurteiler zu schützen? Oder vor Einsichten, die ihr das Leben verbittert hätten?
Oder habe ich womöglich umgekehrt die Schilderung der grossbürgerlichen Vorkriegskultiviertheit  nur benutzt, um die Fallhöhe in den Abgrund der Demenz literarisch zu dramatisieren?
Ich weiss es nicht. Ich hatte keine Absicht, schon gar keine moralische. Ich habe – in gewissem Sinne – unreflektiert geschrieben, einen kleinen Text über eine Protagonistin, konfrontiert mit der Demenz ihrer Grossmutter im Kontext ihres typisch deutschen Schicksals im vergangenen Jahrhundert. Ich habe mich nicht gefragt, ob ich ein Recht zu dieser totalen Subjektivität im Rahmen der «Literarisierung» habe. Diese irritierende Frage muss ich aber stellen, das habe ich  gelernt: Wieweit müssen historische Bedingungen und  Rezeptionskontext mitbedacht  und berücksichtigt werden? Gibt es keine literarische Unbefangenheit?

Meine reale Grossmutter war nicht dement, sie war klar bis zum letzten Atemzug. Sie hat bei klarem Verstand in gewissem Sinne fast ihr halbes Leben «gebüsst» – so sie denn «schuldig» geworden war. Durch sie wurde  Verlorenes – für uns – bewahrt, es hat uns eine Ahnung davon erhalten, dass es  jenseits der grossen Katastrophe ein anderes Leben gab, ein unbelastetes – ein unstatthaftes? –, manchmal mit einem kleinen Glanz.
Ein Funke davon springt über vom gold-glänzenden Lack der geretteten Geige. Sie wurde gebaut in der Werkstatt von Carlo Tunoni in Venedig, 1739. Eine alte italienische Geige, hochgewölbt, zart und fragil, bald 300 Jahre alt. Sie ist noch heute in meinem Besitz. Sie klingt noch immer, so wie damals «nella sala apposita sotto il lampadario»…Gabriella Soldini konnte das nicht wissen: ihre wunderbare italienische Übersetzung ist wie ein Widerhall dieses fernen Klanges in meinen Ohren, diesseits des deutschen Unheils, abseits der political correctness – vielleicht vernehmbar?

Katrin Furler
Seppia

Übersetzung: Gabriella Soldini

Rimane ritta in mezzo alla stanza in penombra, leggermente sporta in avanti, la testa leggermente inclinata da parte, in ascolto. Non sento niente, sto sull’uscio e attendo. Gira la testa qua e là e osserva le sue mani, le braccia piegate ad angolo, il palmo vuoto delle mani rivolte verso l’alto. Improvvisamente si gira e mi guarda interrogativa. Faccio un passo verso di lei: «Vieni, volevamo toglierci le scarpe!» Allunga le mani verso di me e sorride. Come se volesse ricordarmi come pregavamo da bambine: Ecco, prendi le mie mani e guidami…
Dopo aver cambiato le scarpe rimane a sedere sulla panchina in bagno. Fatica a respirare. I capelli bianchi stanno ritti a corona sulla sua testa in cespuglietti umidi e scompigliati. Gocce di sudore le scorrono lungo le tempie. Le mani sulle ginocchia, ossute e deformate, rimangono a giacere come arnesi consumati dall’uso, inutilizzabili. Quanto tempo è passato da quando queste dita suonavano Mozart? E quando è vissuta la bambina che mi guarda con grandi occhi dalla fotografia firmata, color seppia, dall’orlo seghettato, là sul pianoforte: un essere angelico in un vestito bianco di trine, i capelli folti e scuri accuratamente pettinati e legati da un nastro, accanto ai fratelli in abiti festivi alla marinara sull’elegante chaise longue. Sì, è una «figlia di buona famiglia», cresciuta nella villa di città di una famiglia nobile di Königsberg con un parco esteso e servitù. Si diceva che suo padre, uno stimato notaio della citta, la sera passasse in una carrozza trainata da due cavalli e poi che si cenasse nel salone, con porcellane di Meissen, argenteria di famiglia e alti bicchieri molati. Subito dopo, musica nella sala apposita sotto il lampadario, qualche volta i bambini avevano il permesso di lasciare aperte le porte delle camere da letto per poco tempo perché potessero ascoltare. Per le esercitazioni sembra avessero un loro pianoforte di sopra, nelle loro camere. La nonna era una donna fiera, retta, ci raccontavano, consapevole di sé, inflessibile e capace. Il suo modo straordinariamente deciso di parlare mi risuona ancora nell’orecchio, la dizione chiara, sobria, di una persona di rispetto, che non osavamo contraddire quando eravamo sotto la sua custodia. Aveva studiato da maestra, ma si era sposata presto e presto ha dovuto occuparsi di una grande famiglia. Per tutta la vita il suo nome da ragazza ha fatto parte del nome di famiglia, e noi lo portiamo ancora oggi.

Un debole gemito mi induce a ritornare nel bagno che sa di muffa con la biancheria ingiallita sui termosifoni. Sta tentando di rimettersi in piedi. Mi fa segno di lasciarla sola, si vergogna, non devo vedere la sua infermità, il bagnato, la pena. Lo so e tuttavia mi è riconoscente di assisterla in silenzio. Non ci si abitua facilmente alle umiliazioni, ma forse si può imparare a non farsi piegare. A tenervi testa. Guerra e fuga non le avevano lasciato scelta, ha dovuto imparare. E ha imparato. Nonostante si fosse dovuta piegare, nella bassa stanzuccia da qualche parte nella regione renana, dove, separata dai suoi figli, aveva trovato un tetto. Nonostante si fosse dovuta piegare sull’uscio ai desideri dei clienti, perché le comperassero per un nulla un sacchettino di erbe per tisane. Nonostante che, per un paio di monete, si fosse dovuta piegare alla stupidità ostinata dei bambini a cui dava ripetizioni. Dopo aver salvato sé stessa e i suoi beni con l’ultima nave che attraversava il Baltico e benché non sapesse dove andare, la nonna aveva consegnato alla posta il pacco con il prezioso violino italiano della sua bisnonna, per metterlo al sicuro in occidente. In seguito all’informazione che era proibito spedire «merci», aveva replicato dicendo la verità, che la «merce» era vecchia e usata! Ogni volta che tolgo il violino dalla guaina, vedo la nonna allo sportello, inflessibile, la risposta pronta, e sono fiera di lei. Glielo direi volentieri, qui mentre accanto a me sta lottando con i vestiti e sbuffa, ma non saprebbe di cosa parlo. Si ricorda ancora come stava ritta sulla porta ai piedi della stretta scala che portava al loro alloggio di rifugiati, accanto all’enorme armadio-valigia con le doghe di legno? Impensabile trasportare quel mostro lassù! I nonni sono costretti ad aprirlo in strada, tolgono dalla paglia ogni fagotto accuratamente impacchettato e lo portano di sopra.
Spunta fra il fruscio dei vecchi giornali e allarga la stanza angusta: l’argenteria con il monogramma, tirata a lucido prima di partire, completa, gli alti bicchieri molati, dodici pezzi, illesi, le porcellane di Meissen, diversi vecchi quadri ad olio, tre sculture in bronzo di un amico, gioielli, libri. Come avranno guardato queste preziosità prive di valore? Increduli? Muti? In lacrime? Sarcasticamente? Rabbiosamente?
Non lo sappiamo, non se ne è parlato, le contingenze erano quelle, non c’era niente di cui parlare. Erano rifugiati fra altri rifugiati. Avevano salvato la pelle, era già molto, a quei tempi. Hanno consegnato le loro meraviglie nelle mani dei loro figli, in mani fidate, e si sono comperati un tavolo e una pentola. Se la sono cavata, senza lamentarsi, sono rimasti fieri e retti. La nonna era instancabilmente attiva, cucinava, cuciva, lavorava a maglia, lavava, ma leggeva anche e scriveva nella sua scrittura ben arcuata e regolare le numerose lettere che noi, fino ad oggi, abbiamo conservato con cura. 
Dopo la morte del nonno siamo riusciti a persuaderla a ritirarsi in una casa nelle nostre vicinanze perché le potessimo stare accanto nella vecchiaia.
Tutto è iniziato non molto tempo dopo questo trasloco, l’improvviso fermarsi, persa al centro della stanza, al centro della bella camera nuova. Come chi non conosce si guarda intorno, come se avesse perso il filo o il suo ruolo. Ma non dice mai niente. Non sa cosa dovrebbe dire. Non sa cosa è una domanda, figuriamoci poi una risposta. Vedo il lastrone di ghiaccio errante su cui sta, le gambe leggermente divaricate, barcollante, completamente sola. Va alla deriva. Voglio trattenerla. La chiamo, sente, ma la mia voce per lei non è altro che un rumore. Non le dice niente. Vorrei riannodare, ma lei non riconosce il filo che le lancio, non lo afferra. È già troppo lontana. 
«Devo andarmene», dice poi, «ora non posso più aspettare. Si fa troppo tardi se non me ne vado adesso. Arriverò in ritardo.» Non smette di guardare l’orologio, me, l’orologio, le sue mani, l’orologio. Il tempo le è sfuggito, non c’è un’entrata, non c’è una via d’uscita, non c’è un prima, non c’è un dopo. Tutto è adesso. Dietro l’adesso niente.
Un giorno la sorprendo che espone sul nostro grande tavolo da pranzo tutte le posate d’argento con il monogramma di sua madre, tutta concentrata nel selezionarle, catalogarle, e poi nell’avvolgerle con cura in morbidi teli e riporle in scatole. «Sai, mia cara, devo spedirle ora, altrimenti non arrivano più! Aiutami!» Trovo inizi di lettere indirizzate ad amici segreti, scritte nella sua bella scrittura slanciata, le righe che errano sulla carta si perdono in rivoli, abbandonano la lingua, diventano ghirlande. «Devono sapere, devo descrivere loro tutto con precisione». Un’altra volta ricama con cura le sue iniziali sulla biancheria, per evitare «scambi». Imperterrita fa ordine, sposta e mette via oggetti che poi riappaiono nei luoghi più strani. La sua irrequietezza la strazia, e lei strazia noi. Alle nostre domande preoccupate dà risposte evasive, qualche volta in modo sgradevole, e quando noi, impotenti, insistiamo, diventa rude: «Devo andare a casa, perché non lo capite?».
Non vede il nostro sbigottimento, non sente il mormorio. Ci gira la schiena. Si avvia verso la porta attraverso cui noi non possiamo accompagnarla.

*3. Beat Mundwiler
_Das Schwerste ist, «zu denken, dass man wie Rauch ins Nichts verfliesst.»
_**

Die Hand mit dem behaarten Handrücken bewegte sich schnell in einer Zickzacklinie über die Namenliste. Die Liste war mit der Maschine geschrieben: mit Klein-Adler Typ 2, vielleicht. Es ist kein Computerausdruck! Es gab noch keine Computer damals. Die Augen, die der Hand folgten, lasen: Abrahamowitsch, Eichhorn, Kaplan, Löwenstein, Rothschild, dann endlich Rubin, Strauss, und so weiter, danach Weinreb. Die Hand mit dem behaarten Handrücken machte mit der Feder hinter Rubin – Jecheskel Rubin ein kleines Kreuz und schrieb 17. Dezember dazu, er starb an Entkräftung. Hinter Weinreb – Chana Weinreb kam auch ein kleines Kreuz zu stehen mit dem Datum 16. Dezember. Ordnung musste sein. Man schrieb das Jahr 1942. Vor dem Namen stand eine Nummer, nach dem Namen und vor dem Kreuzchen das Geburtsdatum. Chana Weinreb wurde 18 Jahre alt. Man begrub sie zusammen mit Jecheskel Rubin. Begraben ist sicher eine Beschönigung der Umstände. Verscharren ist besser. Rubin war Professor gewesen. Das ist an sich nicht wichtig.

Ich habe nicht viel Zeit und muss mich kurzfassen, obschon das Thema hier es verlangt, viel zu schreiben. Es ist zu wichtig, um zu schweigen! Man kann darüber eigentlich nicht zu viel schreiben. Viel schreiben ist nicht immer möglich, auch wenn es wichtig ist, dann schreibt man eben wenig. Manchmal weiss man nicht, ob man viel Zeit hat oder nicht. Man wird dann von der Zeit überrascht. Sie bringt einen zum Schweigen. Keine Angst! In dem Fall hat man etwa die Hälfte nicht gesagt. Ich versuche nun, wenig zu vielem zu sagen. Ich kann immer noch Dinge anfügen, falls es sich herausstellt, dass ich mehr Zeit zur Verfügung habe als gedacht. Folgendes quasi nur in Klammern: Weinreb ist ein Weinstock. Es ist der Baum der Erkenntnis und zeugt von der Sehnsucht nach dem Paradies. Der Rubin ist auch im alten Testament darin. Dazu nur so viel!

Weder Chana Weinreb noch Jecheskel Rubin waren eines natürlichen Todes gestorben. Man spricht zwar von Entkräftung. Doch das täuscht. Das heisst nichts! Sie wurden auch nicht einfach so von der Zeit überrascht. Wenn sie nie in das gottverdammte Lager gebracht worden wären, lebten sie vielleicht immer noch. Wenigstens hätten sie viel mehr sagen können. Man hat uns hier zwei Leben vorenthalten! Nicht nur zwei.
Die Hand mit dem behaarten Handrücken schrieb nicht nur harmlose Kreuzchen hinter Namen und ein Datum in der klein-adler-typ-2-maschinengeschriebenen Namenliste. Die legte selber Hand an! Sie legte sich meistens von hinten um Hälse aus Haut und Knochen und drückte einfach zu. Täglich! Die Körper waren zu schwach und glitten darum fast lautlos zu Boden. Deshalb nannte man «Entkräftung!» als Todesursache. So falsch war es ja nicht, dachte man. Wer weiss, was aus den Leben noch geworden wäre? Was sie uns hätten bedeuten können? Wie wichtig sie uns hätten werden können. Wir wissen es nicht! Oder was wir von ihnen hätten lernen können. Nach dem 17. Dezember 1942 hat Jecheskel Rubin jedenfalls nicht mehr gelehrt. Nie mehr! Wir wissen nicht, was uns fehlt und, dass uns etwas fehlt, ist doch auch ein Verbrechen. Nicht? Das Schwerste ist, «zu denken, dass man wie Rauch ins Nichts verfliesst.»*

Ich will keineswegs Sympathie erwecken, wenn ich nun erzähle, dass ein kleiner Junge auf dem Schoss von seinem Grossvater sass und dass ihm der Grossvater über den Kopf strich. Das ist doch ein hübsches Bild! Man denkt sich nichts dabei. Der kleine Junge umfasste mit seiner ganzen Hand einen einzigen Finger von seinem Grossvater. Er hielt sich fest. Die Hand vom Grossvater war stark behaart! Sehr auffällig behaart, darum erwähne ich es auch. Der Kleine konnte noch nicht wissen, was ihm vorenthalten worden war und vorenthalten wird. Er konnte nicht fragen. Er konnte noch nicht einmal reden! Der alte Mann sagte nichts. Er sagte nie viel. Der Grossvater verdiente keine Sympathie!

Eine Bank hatte irgendwo dem Krieg irgendwie standgehalten. Was in den Tresoren lag, wurde nicht abgeholt, oder erst viel später. Niemand wusste, ob das Notizbuch mit dem Blumenmuster auf dem Umschlag wertvoll war. Es lag neben Gold. Das Notizbuch war wertvoll! Nicht im Sinne von Geld.
«Ich habe keine Zeit gehabt zu Ende zu schreiben ... Chana Weinreb, 1942.»*
So endet es und es klingt fast als Entschuldigung.

Die wachsigen Hände mit dem haarigen Handrücken sind auf der Brust gekreuzt. Der Strafe kann man entgehen, dem Tod nicht, der Hölle auch nicht. Nachdem der kleine Junge reden konnte, stellte er Fragen. Eine Antwort bekam er nie. Auch die wurde uns vorenthalten. Der Tote sagte nie viel, als er noch lebte. Als er tot war, noch weniger. Der Tod ist in seinem Fall zu kurz, weil das Leben zu lang war! Doch kein Leben darf einem vorenthalten werden, denke ich, auch wenn es ein gottverdammt Schlechtes war.

  • Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942)

Beat Mundwiler
Stationen

Nachtzug von Basel nach Berlin etwa 1980, oder etwas später. Es gab Raucherabteile in den Zügen damals. Ich rauchte noch. Von Basel bis Frankfurt war ich allein in einem Sechserabteil. Es gesellte sich dann ein zweiter Raucher zu mir. Wir rauchten viel. Ich glaube, er blieb nicht bis Berlin, also fuhr ich alleine durch den Transitkorridor. Wir redeten die halbe Nacht lang. Wir redeten über Filme. Filme über den Zweiten Weltkrieg als Aufarbeitung der Vergangenheit. Das Konzept kannte ich bis dahin schlecht. In der Schweiz hat man wenig Grund dazu, denkt man. Vielleicht nahm ich es mir zu Herzen. Jedenfalls erinnere ich mich genau an die Zugfahrt.
Ich dachte von da an manchmal an Krieg, Freiheiten, Recht, Gerechtigkeit. Wie kann man mit Schuld leben? Oder, kann man mit Schuld leben? Wie weit reicht die Schuld? Wie macht man sich schuldig? Kann der Wille zum Überleben einen schuldig machen? Bin ich nur den einen gegenüber schuldig und den anderen nicht? Ein Mensch ist ja nicht nur gut oder schlecht. Dann habe ich es aufgeschrieben. Schließlich ist das Schwerste, «zu denken, dass man wie Rauch ins Nichts verfliesst» (Selma Meerbaum-Eisinger 1924-1942). So hat meine Geschichte vielleicht angefangen.

Ich bin ein Auslandbieler in dem Sinn, dass ich erstens nur nach Biel zurückkehren würde, und nur zweitens in die Schweiz. Fast jede Gelegenheit ist mir recht, nach Biel zu gehen. Vielleicht nur mir und vielleicht zu Unrecht.
Sommer 2013: «Bielergespräche» 2014. Ich war schon fast auf der Reise nach China, da habe ich die Geschichte geschickt. Ich habe den 'Tiananmen Platz' besichtigt, über Freiheit und Gerechtigkeit nachgedacht und auf eine Antwort gewartet; auf einen Grund nach Biel zu gehen.
Ich ging nach Biel!
Den Namen «Großeltern» für unser Atelier verstand ich nicht und wollte ihn nicht mit meinem Alter in Verbindung bringen.
Die Großeltern vielleicht als Verbindungsstelle zwischen Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft. Sie erzählen von früher. Es wurde mir gesagt, dass die Großeltern das einzig Gemeinsame an unseren drei Geschichten sei. Ich bin da auch auf die falsche Fährte gelockt worden!

Zum Thema Holocaust kann man nicht zu viel schreiben, sagte ich im Sinne meines damaligen Reisegefährten.
Ist Schreiben wie Klavierspielen? Mit Sätzen im Anderen Gedanken provozieren? Schon, nur nicht unbedingt die, die ich wollte, lernte ich im Atelier. Macht nichts, denke ich. «Man braucht einen Text ja nicht zu verstehen, um ihn gut zu finden», wurde auch gesagt. Dann spiele ich also mehr mit Gefühlen, Instinkten als mit Gedanken?
Gabriella Soldini hat sich im Anschluss an das Atelier entschlossen gezeigt, unsere drei Texte ins Italienische zu übersetzen. Warum?

Danach stieg ich wieder in die Bahn und das Flugzeug und ging nach Hause.
Mein Text auf Italienisch kam. Ich verstand ihn nur sprachlich nicht. Doch er hatte einen Rhythmus. Einen, der von meiner Geschichte kommt, aber nicht meiner ist. Ich empfand es wie einen sprachlichen Tanz. Auf Deutsch gespielt und auf Italienisch getanzt!

*Beat Mundwiler
_La cosa più difficile «è pensare di svanire come il fumo nel nulla»
._
Übersetzung: Gabriella Soldini**
La mano dal dorso peloso si muoveva veloce zigzagando sulla lista dei nomi. La lista era scritta a macchina: con una Klein-Adler Typ 2, forse. Non è opera di un computer! Non esistevano ancora i computer, allora. Gli occhi, che seguivano la mano, leggevano: Abrahamowitsch, Eichhorn, Kaplan, Löwenstein, Rothschild, e infine Rubin, Strauss, e così via, e poi Weinreb. La mano dal dorso peloso, accanto a Rubin – Jecheskel Rubin, tracciò con una penna una piccola croce e aggiunse 17 dicembre, morto per stenti. Dopo Weinreb – Chana Weinreb, ancora una piccola croce con la data 16 dicembre. L’ordine doveva regnare. Era l’anno 1942. Davanti al nome c’era un numero, dopo il nome e prima della croce, l’anno di nascita. Chana Weinreb ha compiuto 18 anni. È stata seppellita con Jecheskel Rubin. Seppellita è sicuramente un abbellimento delle circostanze. Sotterrare è meglio. Rubin era professore. Di per sé non è importante.

Non ho molto tempo e devo sintetizzare, nonostante il tema esiga che se ne scriva molto. È troppo importante per tacere! In fondo non se ne può scrivere troppo. Scrivere molto non è sempre possibile, anche se è importante, allora se ne scrive poco, appunto. Talvolta non si sa se si ha molto tempo o meno. Si è allora sorpresi dal tempo. Uno viene costretto a tacere. Niente paura! In questo caso non si è detta neppure la metà. Ora tento di dire tanto del poco Posso sempre aggiungere altre cose se dovesse risultarmi di avere più tempo a disposizione di quanto abbia pensato. Il seguito quasi solo fra parentesi: Weinreb è un vitigno. È l’albero della conoscenza e testimonia la nostalgia per il paradiso. Pure  Rubin è presente nel Vecchio Testamento. Tanto vi basti!

Né Chana Weinreb né Jecheskel Rubin sono morti di morte naturale. Si parla di stenti. Ma ciò inganna. Non significa niente! Non sono nemmeno stati sorpresi dal tempo. Se non fossero stati portati nello stramaledetto campo, forse vivrebbero ancora. Almeno avrebbero potuto dire di più. Ci hanno sottratto due vite! Non solo due.
La mano dal dorso peloso non appose solo croci inoffensive dopo il nome e una data sulla lista dei nomi scritta con la macchina Klein-Adler-typ 2. Ci ha anche messo mano! La maggior parte delle volte l’ha posata intorno a colli di pelle e ossa e ha semplicemente premuto. Tutti i giorni! I corpi erano troppo deboli e perciò scivolavano a terra quasi senza far rumore. Perciò si è scritto «stenti» come causa di morte. Non era poi così sbagliato, si pensava. Chi sa che cosa sarebbero diventate queste vite? Che cosa avrebbero potuto significare per noi? Quanto importanti avrebbero potuto diventare per noi. Non lo sappiamo! O che cosa ci avrebbero potuto insegnare. In ogni caso, dopo il 17 dicembre 1942, Jecheskel Rubin non ha più insegnato. Mai più! Non sappiamo che cosa ci manca, che ci manca qualcosa, è certo anche un delitto. No? La cosa più difficile è «pensare che come il fumo si svanisce nel nulla.»*

Non voglio assolutamente suscitare simpatia se ora racconto che un ragazzino sedeva in grembo al suo nonno e che il nonno lo accarezzava sulla testa. Un quadretto delizioso, senz’altro! Non si pensa niente di particolare guardandolo. Il ragazzino afferrò con tutta la mano un unico dito del nonno. Vi si teneva aggrappato. La mano del nonno era molto pelosa! Pelosa in modo molto evidente, per questo anche ne parlo. Il piccolo non poteva ancora sapere quello che non gli era stato detto e che non gli si dirà. Non poteva chiedere. Non sapeva neppure ancora parlare! Il vecchio non diceva niente. Non diceva mai molto. Il nonno non meritava simpatia!

Da qualche parte una banca aveva resistito alla guerra. Ciò che giaceva nei forzieri non è stato ritirato, o solo molto più tardi. Nessuno sapeva se l’agenda dalla copertina a fiori fosse di valore. Stava accanto all’oro. L’agenda era di valore! Non pecuniario.
«Non ho avuto tempo di scrivere fino alla fine … »* Chana Weinreb, 1942.
Finisce così e suona quasi come una richiesta di scuse.

Le mani di cera dal dorso peloso sono incrociate sul petto. Si può sfuggire alla punizione, non alla morte, neppure all’inferno. Dopo che il ragazzino ebbe imparato a parlare, cominciò a porre domande. Una risposta non l’ha mai ricevuta. Anch’essa ci è stata sottratta. Il morto non parlava mai molto, da vivo. Da morto ancor meno. La morte nel suo caso è troppo breve, perché la vita è stata troppo lunga! Ma non c’è vita che possa essere sottratta, a nessuno, penso, anche se è stata dannatamente cattiva.

  • Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942)

Zu den TeilnehmerInnen der «Bieler Gespräche»:

Wolfram Malte Fues:

http://www.viceversaliteratur.ch/author/3882

Katrin Furler:
Geb. 1955 in Norddeutschland, Studium der Psychologie und Medizin in Bonn und Zürich. Facharztausbildung in der Schweiz, seit 12 Jahren gynäkologische Praxis in Zürich. Auszeichnung des ersten erzählerischen Textes im OpenNet Solothurn 2012 («Der Wohnungssucher»). Fortsetzung der Schreibarbeit, bisher kürzere Texte.

Li Mollet:
http://www.viceversaliteratur.ch/author/6120

Beat Mundwiler:

http://www.viceversaliteratur.ch/author/8168

Gabriella Soldini:
Gabriella Soldini, traduttrice, vive a Lugano dove ha insegnato tedesco e francese nelle scuole medie del Canton Ticino. Ha tradotto e pubblicato in varie sedi scritti di Gertrud Leutenegger, Paul Nizon, Jakob Rudolf Humm, Hermann Hesse, Blaise Cendrars.