Magnifica

La storia di una donna e della sua famiglia che inizia dopo la Seconda guerra mondiale per arrivare ai giorni nostri. Una saga, ambientata sull’Appennino Centrale, raccontata con scrittura elegantissima. Una vicenda in cui si fondono la realtà cruda dell’Italia remota e il gusto gotico della tradizione fiabesca.

In un paese nascosto sull’Appennino, «un’unghia di terra sconosciuta a chi non era nato lì o nelle immediate vicinanze», vivono Ada Maria e Pietrino, fratello e sorella, assieme al padre Aniceto. Il capofamiglia va a caccia e allinea in un capanno gli animali imbalsamati frutto della passione per la tassidermia, la ragazza bada alle faccende domestiche e cerca di ignorare Teresina, una donna pratica e buona che da anni dispensa amore al padre. Un giorno nel bosco, nella Faggeta, Ada Maria incontra un uomo, un’apparizione, uno spettro. È magro, barbuto, avvolto in una coperta, magari è un sogno, o uno scherzo della fantasia e della solitudine. Finché quell’ombra non le parla. La saluta quando lei si allontana. Auf Wiedersehen.

Tra le alture in cui vive la famiglia di questa storia a fatica si intuiscono, in lontananza, lo scorrere del tempo, le trasformazioni sociali, le grandi città. Il mondo esterno riesce a insinuarsi solo con la forza sconvolgente della Seconda guerra mondiale. In quei luoghi, per buona parte del Dopoguerra, le lacerazioni del nuovo e della modernità stentano ad attecchire. L’incontro tra Ada Maria e il «tedesco» è uno di quegli eventi da cui nasce uno scarto, da cui scaturisce il destino, un’intera generazione. Anni dopo sarà ancora un’altra donna, Magnifica, a prendere la penna in mano, negli spazi di un’angosciosa apprensione, per comprendere e raccontare una sorprendente saga familiare, tutta femminile, tutta matrilineare. Dalla scrittura, ricca ed evocativa eppure precisa nel nominare il mondo e i suoi infiniti dettagli, si sprigiona una vicenda in cui si fondono la realtà cruda dell’Italia più remota e il gusto gotico di una tradizione letteraria e fiabesca. Nello spazio di questa immaginazione il richiamo della memoria è una sfida alla verità, la natura segna il tempo e il ritmo della vita quotidiana, il passo cadenzato delle stagioni detta il battito delle speranze e delle passioni. Perfino nel silenzio, nella distanza, nell’attesa, tutto è possibile, e tutto può accadere.

(dalla presentazione del libro)

Critique

de Carlotta Jaquinta

«E il dolore di oggi è identico alle doglie di ieri.» (p. 258)

Nel suo ultimo romanzo – per la prima volta per Sellerio Editore –, la scrittrice e poeta Maria Rosaria Valentini narra la storia di un’intera famiglia, partendo dalla memoria delle donne che la compongono. Due voci – madre e figlia – raccontano dolori e speranze di tre generazioni, dal primissimo dopoguerra all’Italia di oggi.

Un romanzo intenso, frutto della memoria femminile, che ci spinge pian piano a ritroso nel tempo per poi concludersi ai giorni nostri: un ciclo che si apre e si chiude con le parole di Magnifica – madre dello scomparso Andrea. Nel mezzo, il punto di vista di Ada Maria – sua madre e vera protagonista di gran parte del romanzo – da cui scopriamo il destino di tutta la famiglia.

Figlia di una madre sofferente – Eufrasia –, Ada Maria vive con Pietrino, fratello piccolo di cui si occuperà come una madre, in un paese dell’Appennino che non ha alcun contatto col mondo esterno. Zappa gli orti, si occupa della casa e impara dal padre l’arte d’imbalsamare. Saranno soprattutto le farfalle – simbolo di speranza – ad affascinare Ada Maria: «Così le si paravano dinanzi voli sospesi – o forse voli per sempre continui – trattenuti da modestissime cornici di legno chiaro.» (p. 36).

Così sospesa, la morte diventa parte del quotidiano della ragazza e uno dei temi principali del romanzo. La morte è ovunque, fianco a fianco con la vita dei personaggi. Sono molti i personaggi a spegnersi nell’arco del racconto e sono tante le creature in stasi fra i due mondi, primi fra tutti Eufrasia, presenza costante nonostante la morte prematura, e poi Benedikt, il soldato tedesco che cambierà il destino di Ada Maria.

Sopravvissuto alla guerra, Benedikt è come incastrato in un tempo e in uno spazio che non sono i suoi: diventato un tutt’uno con La Faggeta – bosco al confine del villaggio in cui, come un animale selvatico, costruisce la sua tana e si rifugia – il soldato tedesco scampato alla morte fatica tuttavia a tornare alla vita. Poi l’incontro con Ada Maria che tenta, riuscendoci per un momento, a riportarlo fra i vivi.

Le bestie imbalsamate nel capanno diventano così simbolo di quell’aldilà che va di pari passo con la vita: è grazie al camposanto che Pietrino, «prezioso custode dei morti» (p. 115), trova il modo di vivere ed è fra la vita e la morte che si trova incastonato Benedikt, in un tempo sospeso in cui la vita sembra resistere oltre la morte, la presenza all’oblio.

Una temporalità indefinita e paradossalmente eterna che incornicia tutto il racconto, scandito solo dal passaggio delle stagioni, dai cambiamenti della natura e dalle feste di paese. La narrazione si svolge così in un lungo lasso di tempo vago, impreciso, in linea con l’indefinitezza del contesto geografico: un paesino nel dopoguerra italiano che, in fondo, potrebbe trovarsi ovunque. La mancanza di indicazioni più precise sul contesto spazio-geografico suggeriscono la portata universale dei grandi temi trattati – la vita e la morte, eternamente intrecciate e che sono entrambe paradossalmente assenza e presenza, l’amore e, non da ultimo, la scrittura come memoria salvatrice.

Se c’è vita oltre la morte, c’è vita anche oltre le parole. È una penna – quella regalata da Andrea a Magnifica – l’oggetto simbolo della speranza che ritroviamo in apertura e in chiusura del libro. Una penna che racchiude, come dice Andrea, «“tutto”», la storia dell’intera famiglia, «“Quella di chi verrà, di chi esiste e di chi non è esistito mai”.» (p. 15). Quel che rimane del figlio dopo la scomparsa è un boccale di vetro pieno di bigliettini a cui Magnifica aggiungerà i suoi, quasi a voler mischiare le due voci.

Allo stesso modo in cui Magnifica unisce la sua voce a quella di Andrea all’interno del boccale, la voce della protagonista dà un seguito ai ricordi di Ada Maria – cancellati ormai dalla malattia – i cui racconti forgiano la memoria dell’intera famiglia di cui riporta alla luce il passato. È quindi la scrittura a legare madre e figlio nell’assenza ed è la scrittura a legare i destini dell’intera famiglia, dal passato al presente, in un ciclo. Un ciclo che è quello classico della vita ma anche del romanzo.

La parola, il racconto, hanno inoltre un potere resuscitante, guaritore. Come un soffio vitale, i racconti rappresentano l’essenza costituente dei personaggi e ne ripercorrono le vite, legandole nel tempo. C’è qualcosa di viscerale nel rapporto alla scrittura. Quella penna lasciatale in regalo dal figlio è per Magnifica come una seconda pelle, un vestito che le copre il corpo, proteggendola («Senza quella penna le pare davvero che chiunque possa leggere il suo corpo, attraversando pareti e indumenti, invadendo l’invisibile», p. 15), svelando così un altro paradosso nascosto fra le fondamenta del romanzo: se la scrittura copre i tratti della donna, essa ne rivela allo stesso tempo la storia intima.

Un romanzo a più voci dunque, sebbene molto simili, che si completano a vicenda e la cui lieve differenza si percepisce nel ritmo della narrazione: lento, quasi malinconico quello di Ada Maria; più rapido, incalzante, quello di Magnifica, quasi al voler sottolineare la differenza di contesto. Da un paesino la cui vita era ritmata dai cambiamenti naturali al passo più frenetico dell’Italia di oggi.

Non mancano le metafore, i parallelismi, in questa prosa in cui sentiamo la Valentini poeta che costruisce uno stile elegante, ricercato, a tratti lento, forse leggermente ripetitivo nelle strutture, che a momenti fatica a partire essendo tuttavia in linea con la voce narrante, immersa nel ritmo e nei tempi del passato, della memoria.

È a partire dal quotidiano, dalla natura e dai piccoli dettagli dell’esistenza di Ada Maria che prendono vita le immagini poetiche che ne colorano la narrazione e ne definiscono i contorni. Tramite frasi lunghe che scivolano come musica, la Valentini ci offre descrizioni fortemente visive: disegni perfetti del mondo che straripa di dettagli, diventando forse più bello e più generoso della realtà stessa. Il materiale poetico è quello grezzo, a tratti crudo, del mondo vero ma i parallelismi sono ricercati, sorprendenti e inattesi. La realtà circostante non viene raccontata direttamente ma traspare in superficie, arricchendo la narrazione. Radere la barba a un uomo ricorda per esempio il rito di spennare le galline: «Che faccia avrebbe mostrato il tedesco, tolta la barba? (…) / Spennare le galline non le era mai piaciuto. (…) / Ma quel giorno proprio non se la sentì di maneggiare la gallina che Pietrino aveva ammazzato il giorno prima, perché a vederla le veniva in mente il tedesco. / Con la barba. Senza.» (pp. 124-125).

In questa semplicità che diventa essenza, risiede la forza di questo romanzo che parla del dopoguerra senza parlarne, facendone però riaffiorare l’atmosfera di attesa, attesa che il tempo e la vita scorrano di nuovo.