Uno di nessuno
Storia di Giovanni Antonelli, poeta

«In questo libro il personaggio che dice io non è immaginario ma reale, anche se la sua vita, che ha chiesto prepotentemente di essere raccontata in versi, a tratti è immaginata, scorciata, volontariamente travisata...

... Giovanni Antonelli è esistito davvero. Era un poeta, un vagabondo, un “demente” che è stato internato in molti manicomi o carceri delle Marche (Fermo, Macerata, Ancona) e d’Italia (Napoli, Aversa, Roma). Era un anarchico, un anticlericale, un miserabile, e forse per questo il suo paese d’origine, che è anche il mio, ne ha completamente cancellato la memoria, come poeta e come uomo».

(dalla presentazione dell’opera)

Critique

de Sebastiano Marvin

«La poesia è cronaca. La poesia deve essere cronaca», osservava tempo fa Fabiano Alborghetti, in occasione dell’attribuzione del Premio Pulitzer per la poesia a Peter Balakian. E da quell’affermazione ne era nata un’interessante discussione, invero piuttosto polarizzante, fra chi sosteneva che la poesia avesse effettivamente il compito di essere cronaca del nostro tempo e chi, al contrario, credeva che la poesia non potesse nel modo più assoluto assumere quel ruolo, perché atemporale per definizione.

Non so come si posizionerebbe Massimo Gezzi, in questo particolare dibattito. Ciò che è certo è che il suo ultimo libro ‒ Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta ‒ dimostra che la poesia può fare entrambe le cose: può essere la cronaca di una vita passata e reale, che diventa cronaca del nostro presente; e può al contempo interrogare il lettore su temi eterni e trasversali a ogni epoca e società, quali l’esclusione sociale, la povertà vista come colpa o gli aspetti arbitrari dell’ingiustizia, la quale appare, nello specifico, più come l’emanazione di un’autorità che ha il potere di escludere, che non come assenza di moralità o di etica.

È giusto che un uomo si ritrovi a vivere ai margini della società? Può davvero essere considerato ingiusto che ciò accada? Chi può o deve arrogarsi il diritto di decidere chi sarà escluso?

Diviso in due parti ben distinte ‒ la prima in versi, la seconda in prosa, a cui si aggiunge una piccola appendice di immagini e documenti ‒ Uno di nessuno parla della vita, dall’infanzia alla morte, di Giovanni Antonelli, nato forse nel 1848 a Sant’Elpidio a Mare. La ricerca di Massimo Gezzi parte proprio da qui, da questi due elementi biografici: da un luogo di nascita per niente casuale, che lega il protagonista del libro al suo autore; e da quel forse, che indica quante poche notizie certe si abbiano sulla vita del protagonista. Il primo intento del libro è quindi quello di riportare alla luce una vita giudicata significativa e d’interesse generale, attraverso un processo manifestamente più letterario che di ricerca della verità storica.

Nella prima parte, quella in versi, è infatti lo stesso Antonelli a parlare di sé, tramite un io poetico che, sin dall’attacco, pare decisamente azzeccato. Esso si dimostrerà poi pienamente in fase con il personaggio e assolutamente efficace nell’evocarne la personalità e le tribolazioni, così come il suo costante scontro con la società che lo ha da subito rifiutato.

Qui si nasce e si abita felici,
sembrano dire il panorama, le terre
fertilissime, il mare lontano infiorato
di barche e pescherecci.
Eppure in questo luogo delizioso,
in mezzo a tanta gioia
di sole, di terre, di mare e d’ogni cosa,
nacque un’erba avvelenata che crebbe
disprezzata come ortica del fosso.

Chi è, dunque, Giovanni Antonelli? Un poeta, senz’altro. Ma anche «un vagabondo, un “demente” che è stato internato in molti manicomi e carceri», come specifica Gezzi più avanti, nella seconda parte del libro; «un anarchico, un anticlericale, un miserabile» (p. 35). Nei referti medici, scritti da chi lo ha realmente avuto in cura, lo si definisce alternativamente come un «genio bollente come il nostro Vesuvio» (p. 45) e come un uomo affetto da «follia a caratteri malinconici», investito di una «missione civilizzatrice», perseguendo la quale «ha trovato il popolo inetto a comprenderlo» (p.41). Il cugino fittizio, frutto dell’immaginazione dell’autore, lo schernisce invece definendolo un «piccolo filosofo d’accatto» (p. 13).

All’inizio del libro è però lui stesso a descriversi al lettore: «più mastino che uomo», «lo sguardo smarrito in una beffa»; e ‒ più importante ‒ a chiamarlo direttamente in causa, definendosi «compaesano vostro» (p. 11), come a dire che tutto ciò che seguirà nel suo racconto ci riguarda da vicino. Poco importa, insomma, se più di 150 anni ci separano da lui. La sua vicenda personale, riportata nei versi di Massimo Gezzi, vuole essere uno specchio che ci metta di fronte a noi stessi: «lasciatemi l’illusione che qualcuno saprà / veramente chi siamo, se io sono / Antonelli e voi tutti siete me» (p. 32). Ma Uno di nessuno non si limita a invitare il lettore a guardarsi negli occhi. Lo spinge ad osservare, in quella stessa immagine riflessa, oltre le proprie spalle, la società di cui fa parte. Perché se è vero che, in qualsiasi contesto sociale, ciò che siamo dipende soprattutto da come ci comportiamo con gli altri, parte di questa identità collettiva è data da come ci comportiamo con chi la società marginalizza ed esclude. Quel “qualcuno” che saprà veramente chi siamo, allora, forse non è altri che la società stessa, a cui contribuiamo ogni giorno a dare forma e che pare sempre sapere, con fredda certezza, chi deve esserne tagliato fuori e chi invece può farne parte.

Come nei suoi lavori precedenti, anche in questa nuova pubblicazione il carattere narrativo della poesia di Massimo Gezzi è quello che prima degli altri salta all’occhio del lettore. Il che, in questo caso in particolare, si sposa perfettamente con l’idea alla base dell’opera. Ma questo è un libro che invita a grattare molto più a fondo. Come già scriveva Roberta Deambrosi, riferendosi a L’attimo dopo (Sossella, 2009), «la scrittura di Gezzi, sobria, solida, è una presenza forte […] che scuote le coscienze, alza dubbi». E leggendo Uno di nessuno, non si può fare a meno di sentirsi tirati in causa, interrogati riguardo alle proprie convinzioni e responsabilità.

Quella di Antonelli resta in ogni caso una figura difficile da inquadrare. Da una parte, la sua vita «ha chiesto prepotentemente di essere raccontata in versi» (p. 35), come ci confida l’autore. E nella prima parte del libro, questa urgenza appare in tutta la sua forza. Dall’altra, «quando si racconta la vita di qualcuno e si prova a immaginare la sua vita interiore, inevitabilmente il confine tra storia e invenzione si sbriciola, si sfrangia», il che ha reso necessaria una seconda parte in prosa, per «raccontare con più esattezza storica la sua vita reale». Non si tratta, questa, di una debolezza del libro, tutt’altro. Il maggiore distacco emotivo, evidente nella seconda parte, fa risaltare ancora di più il diverso tipo di esattezza che Gezzi raggiunge in maniera così opportuna nella prima: un’esattezza umana, la quale è forse il tipo di esattezza che deve sempre ricercare la letteratura.

Note critique

È dedicato a un irregolare dell’Ottocento, il marchigiano Giovanni Antonelli (1848-1918), l’ultimo libro di Massimo Gezzi. A questo anarchico e «poeta» ‒ come insiste il titolo ‒ Gezzi dà voce attraverso undici poesie in cui Antonelli stesso racconta in prima persona la propria vita, compresi gli internamenti e le incarcerazioni, con un tono incalzante che chiama in causa il lettore: «capii che nel deviare dal comune, / […] / il dolore si pietrifica e questo / rafforza l’esistenza / cui abbiamo rinunciato». La seconda, più ampia sezione del libro raccoglie un apparato narrativo di note ai testi che compendia la vita di Antonelli ricorrendo all’autobiografia Il libro di un pazzo, ristampata a Macerata con un’introduzione dello stesso Gezzi (Giometti & Antonello, 2016).

(Matteo Ferrari, «Viceversa Letteratura» n. 11, 2017)