Un sabato senza dolore

Libro fedele alla storia poetica del suo autore, e insieme ulteriore affinamento espressivo di una parola che sa ormai aprirsi a squarci di racconto quotidiano o raggrumarsi in brevi lampi lirici, Un sabato senza dolore permette ai lettori che non ancora conoscessero il lavoro di Alberto Nessi di entrare con ammirazione nel suo universo poetico, cogliendo subito l’intensità della sua voce, che viene da lontano e che, nel notevole testo conclusivo Conversazione con l’angelo, ci offre ora un sorprendente autoritratto, capace di riconsiderare il cammino percorso, in un momento forse difficile della vita, con umiltà e coraggio: «Ripongo la cornetta nella custodia / preparo la valigia: vado e saluto / le donne le foglie la luce / che ho amato».

(dalla nota di Fabio Pusterla)

Critique

de Sara Lonati

Con Stazione e il suo novenario «Partire la mattina presto» si apre l’ultima raccolta poetica di Alberto Nessi Un sabato senza dolore, apparsa nel novembre scorso presso la novarese Interlinea: un felice ritorno ai versi, dopo l’altrettanto riuscita prova narrativa di Miló (Bellinzona, Casagrande, 2014). A presentazione dell’opera, una nota puntuale di Fabio Pusterla riprende la Laudatio proferita il 7 maggio 2016 a Soletta, quando Nessi è stato insignito del Gran Premio Svizzero di Letteratura. I versi incipitari della raccolta sono in medias res, diretti e senza indugi, perché «il tempo che ci divora» e l’onirica e ugualmente realistica riflessione esistenziale-metapoetica della Conversazione con l’angelo in explicit mettono premura, conferendo il ritmo dell’incedere giornaliero a un’opera tripartita minuziosamente strutturata nella sua trama e filatura:

«E tutte quelle righe che vai tracciando?»

«Niente, solo formiche, zampine

di miriapodi, resti di frattaglie

arie di un musicante di paese

rimasto indietro dopo la festa, flabelli

di vinca contro i soffi del vento

diagrammi in fuga sulle balze scoscese

discorsi divaganti, preghiere. Ma tu chi sei?

M’hai chiamato? È già l’ora? Che fretta!»

Le tre sezioni, nell’ordine Apparizioni, Familiari e Il buio e il petalo, snodano questo viaggio ferroviario, pedestre e nell’intimità domestica, lungo un centinaio di pagine traversanti i temi prediletti dall’autore nel suo quasi cinquantennio poetico iniziato con I giorni feriali, nel quotidiano ribaltamento delle scale di valori imposte dalla società contemporanea. Gli emarginati, le minuzie routinarie, gli affetti familiari, la flora e la fauna giudicate ordinarie e insignificanti dai più sono i pilastri dei versi di quell’osservatore instancabile che è Alberto Nessi.

La sua è una poesia dell’osservazione, dove chi osserva è anche osservato da ciò che lo circonda: «Il vecchio con girello lungo il marciapiede / si ferma davanti all’occhio dei malvoni / che lo guardano da sopra la rete, lo seguono / nel lungo viaggio fino al campo di calcio», «e questi stivali con gli occhi sono fabbricati chissà dove», «senza pensare che la nuova strage è questa, l’abbiamo sotto gli occhi / e non la vediamo, la portiamo ai piedi, sulla mensa». È un monito a guardare costantemente sui propri passi e alla terra inquinata coi suoi squilibri, eppure ricchissima fonte di vita e di ossigeno, per rendersi conto con esattezza di chi e cosa calpestiamo abitualmente: «la lucertola schiacciata – verdazzurro barbaglio / che scolorisce sotto il sole di giugno / un po’ di più ogni giorno – / il tappo di plastica, il petalo sul tombino / e quella moneta sepolta nella memoria».

Osservare per dare un nome alle cose, soprattutto a quelle più basse e più piccole: la poesia foneticamente preziosa non è mai stata un vezzo estetizzante o neoavanguardistico per Nessi, bensì l’esito critico di una necessità gnoseologica sempre più insistita. Rifacendosi alla pittura, l’autore manifesta i suoi maestri, come nella Lettera a Camille Pissarro: «tu dipingi / la contadina che spinge la carriola / le sue scarpe incrostate di terra / le sue mani, gonfie come quelle / della mamma di mio papà / che non smette di guardarmi dall’aldilà. / Tu non ti dai troppa pena / a cercare la novità, perch’è sempre nuovo / il tuo sguardo sui giorni dell’anno / le turpitudini della società: / urta gli esteti la tua rusticità».

Fusaggini, boleti, aconiti e convolvoli, colubri, martore e gipeti: la botanica cantata e la zoologia in versi nessiana sono generosamente offerte al lettore quali rinnovati atti conoscitivi di ciò che è dato per scontato, dimenticato da tutti, come ha ricordato il Nessi traduttore di Gustave Roud: «Il paese che crediamo di conoscere è sempre nuovo, se apriamo davvero gli occhi e diamo un nome alle cose» (Del camminare in pianura, Locarno, Dadò, 2014, p. 18).

In un’aria rarefatta dalle «polveri sottili» ticinesi o «sotto il cielo di cenere / della nuvola tossica» colombiana, l’esigenza della «parola che non tradisca la sua genesi» è un manifesto al rinnovato impegno di una poesia che nella leggerezza del quotidiano non rinuncia a essere civile, scegliendo pure la terzina rivisitata nel verso lungo dal ritmo pavesiano ne I bambini di Medellin.

Aperto ad assumere il punto di vista della clandestina, del richiedente asilo a Chiasso, della «sempregiovane», il poeta-narratore di confine ci riporta ai densi ritratti di Edgar Lee Masters, come ha ben annotato Pusterla. Sui treni ICN, InterRegio, regionali e sul Tilo del mattino fugaci istantanee di paesaggi scorti dai finestrini e schizzi di un’umanità in transito colta nei suoi gesti e movimenti prendono vita sulla pagina del poeta, il cui io lirico è osmotico.

Dalle Apparizioni di ignoti lungo i viaggi ferroviari mattutini ai Familiari, i tanti zii dipinti con affetto nella luce domestica o nel ricordo del loro contesto lavorativo, sino a Gli amici dell’ultima sezione che «rivivono di notte», al confine del giorno con delicatezza e meraviglia eccoci qui tutti nell’umanità nessiana: «ci ritroviamo a metà strada, nell’antiscalo / tra la morte e la vita, il buio e il petalo» a ballare il tango, il tempo dei versi di Nessi e della nostra esistenza, a «fare il casqué / sulla pedana senza cascarsi addosso», mentre l’angelo ha fretta.

Revue de presse

«Sfogliando il nuovo libro di Alberto Nessi viene da pensare anche che tutti dovrebbero avere il coraggio di entrare in libreria e comprare un libro di poesia. Ci vuole forza d’animo, in effetti. È una cosa fuori moda. È una cosa che si lascia di solito agli addetti ai lavori, ai letterati. I poeti sono coraggiosi e impegnano la vita per noi. Per questo dovremmo ricordarci, ogni tanto, di esserlo altrettanto, quando entriamo in libreria». (Alessandro Zanoli, «Azione», 13.02.2017)

«La sua maggiore qualità è quella di aver saputo interpretare il mondo circostante, la quotidianità normale del suo tempo e delle figure umane che incontra con la saggia misura del perfetto narratore in versi che sa racchiudere eventi e personaggi nel quadro essenziale, per efficacia e stile, dei suoi quadri poetici. Tra emozione, ironia e consapevolezza del breve tragitto umano, ecco Un sabato senza dolore». (Maurizio Cucchi, «La Stampa», 28.03.2017)

Note critique

Nella sua nuova corposa raccolta Alberto Nessi torna con maestria sui temi da lui prediletti, dimostrandosi osservatore sempre minuzioso: il viaggio, i diseredati, l’affetto che muove la vita, i familiari e gli amici trapassati che sopravvivono nei ricordi, i ritratti carpiti in treno e per strada («le figure trovate e subito perdute / attraversano la vita come acquate / di primavera sbandate dal vento»). La cura nomenclatoria dei testi coinvolge con esattezza botanica fiori erbe e piante ma anche gli animali, osservati con quotidiano affetto dall’autore, Gran Premio svizzero di letteratura 2016. Nessi insegue la forma e i suoni non meno del contenuto, con frequenti assonanze e consonanze, alcune rime significative e qualche eco-omaggio a Giorgio Orelli; il tutto attraversato da una crescente malinconia per «il tempo che ci divora».

(Matteo Ferrari, «Viceversa Letteratura» n. 11, 2017)