Liquida

Io mi chiamo Anna Felder, qui sulla busta bianca io leggo Liquida Anna Felder, senza Gentile né niente, semplicemente Liquida e basta; e il mio nome.

(Dalla quarta di copertina, Edizioni Opera Nuova)

Liquida Anna Felder

de Alessia Peterhans

Leggendo le opere di Anna Felder accade spesso di avvertire che quanto narrato sia scaturito da una situazione o un avvenimento vissuto dall’autrice stessa. Nel caso di Liquida, la raccolta di racconti uscita nel febbraio 2017 presso la casa editrice Opera Nuova, due occasioni hanno portato alla pubblicazione del libro. La prima è anagrafica: un compleanno a cifra tonda, come si usa dire, ha spinto l’autrice a voler mettere ordine tra le carte e a pubblicare alcuni racconti rimasti inediti insieme ad altri andati persi negli anni in quanto sparsi in varie riviste o altri volumi. La seconda è felderianamente letteraria. Nell’ultimo testo della raccolta, intitolato anch’esso Liquida, è descritta la sorpresa nata nella protagonista nel momento di leggere su una lettera a lei indirizzata non «Signora Anna Felder» ma «Liquida Anna Felder». Ai lettori e alle lettrici è qui richiesta immaginazione nel ricordare l’aspetto del corsivo scritto sulla carta e pure il consenso a seguire l’autrice nella coniugazione di questo gioco di parole.

Li-qui-da – Le sillabe dell’aggettivo femminile di fianco al nome proprio dell’autrice sono riprese nei titoli delle prime due sezioni del libro ( e Qui), forse già decisi prima dell’arrivo della fatidica lettera. Il caso a volte sorprende nella sua coerenza: infatti anche nelle precedenti opere dell’autrice le tematiche dell’altrove, della migrazione e del confronto tra paesi si traducono nell’elaborazione di concetti astratti apparentemente in opposizione. Così ad esempio nel racconto d’apertura del libro, intitolato Chi mi chiama, la differenza tra due regioni geografiche non meglio definite si mostra nella maniera in cui è pronunciato il nome della figura principale: «Marisa: con la i tenuta lunga come fanno qui […]. Là, nella città di fuori, mai si era sentita dire Marisa così come è giusto» (p. 9). La i funge da pars pro toto di un paese caratterizzato dalla sua lingua – l’italiano – ed è parte di una geografia della memoria in quanto elemento sonoro che, come i laghi e le montagne, non si modifica col tempo. Lasciare il proprio paese, la propria lingua e poi tornarvi: un tema caro ad Anna Felder e presente nelle sue opere fin dal primo romanzo, Tra dove piove e non piove, pubblicato nel 1972.

Liquida – L’aggettivo qualificativo, raramente affiancato a un nome proprio di persona, non suona assurdo davanti a quello di Anna Felder. Laghi, mari, piogge e fiumi sono parte integrante del paesaggio narrativo delle opere dell’autrice. L’acqua è compagna fidata di viaggi, cambiamenti e metamorfosi o permette di descrivere una particolare atmosfera. Questo è il caso ad esempio nel racconto Madame Germaine (già pubblicato in Viceversa 9, alle pp. 12-15 dell’edizione in italiano), dove una donna trascorre le giornate «in balìa del mare immenso: in casa sua, tra gli oggetti e i nomi quotidiani rimasti ancora un poco a galla; cauti, discreti» (p. 90). Metafora di un progressivo farsi silenzio del mondo, dovuto all’avanzamento della sordità della donna, il mare è anche cornice entro la quale è racchiuso il racconto, che termina infatti come è iniziato, con «Madame Germaine in alto mare» (p. 95). Con la definizione della cornice narrativa, e la conseguente scelta di cosa lasciar fuori, un avvenimento apparentemente banale come l’improvvisa apparizione di un gatto o un ragno assume importanza. In altri racconti si ritrova invece l’acqua nella fluidità del ritmo della narrazione, in lunghe frasi in cui è reso l’inevitabile trascorrere del tempo: «”Buona continuazione” mi ripete pronto incrociandomi due ore dopo o tranquillo due anni dopo, già scontando per me all’infinito, ogni volta poi per sempre, il prossimo mio ritorno, la prossima mia partenza, per definitva che mai possa un giorno o l'altro avverarsi» (p. 17).

Liquida! – Terza persona singolare, indicativo, oppure seconda persona singolare, imperativo: in effetti liquida può essere letto anche come coniugazione del verbo liquidare. Chi esorterebbe chi a liquidare chi, ci si potrebbe domandare. Ma se si conosce lo stile dell’autrice viene spontaneo insospettirsi e interpretare il riferimento a tale accezione del titolo come l’ennesimo ammiccamento diretto ai lettori e alle lettrici. Non è raro nemmeno nelle opere precedenti ritrovare una sottile ironia spesso rivolta a personaggi o atteggiamenti formali, in cui volendo si può riconoscere un luogo comune degli atteggiamenti svizzeri. Ma a osservarli meglio, tali avvenimenti rivelano spesso uno strato più profondo e permettano una riflessione sull’esistenza. È questo il caso in un racconto in cui il situamento geografico del fatto narrato è esplicitato nel titolo: Le uova di Berna. Grazie all’avviso in tedesco di un passante – Achtung – la protagonista del racconto evita di venir investita, ma nel rivolgersi all’uomo per ringraziare sente la moglie rimproverarlo di aver interpellato per strada una sconosciuta. La cortesia e riservatezza tipicamente svizzere sono qui portate all’estremo, tanto da provocare nel racconto un capovolgimento della prospettiva. Il racconto non termina dalla parte della vittima, ma a fianco dell’uomo che riprende la sua strada. Cosicché ai lettori e alle lettrici rimanga presente non solo il pericolo scampato dalla donna, ma anche il tono e la voce della moglie che all’uomo «sono anzi familiari più ancora di Berna» (p. 23). Nel riconoscere i numerosi strati di cui è composta anche quest’ultima raccolta di racconti di Anna Felder, si può solo sperare che l’imperativo non sia rivolto dall’autrice a sé stessa – che dunque non si stia, con Liquida, auto-liquidando.