Non è vero che saremo perdonati

È una delle corde segrete di questa proposta di poesia: la condizione dell’inerme come postulato fondamentale di chi non abbia “tracce” da lasciare, “roba” da difendere, “luoghi” dove arrivare, “case” in cui abitare (alla maniera di Pusterla in Bocksten [...]), quale antitesi al verbo dell’usurpazione altrimenti trionfante, nelle varie specie di ogni rassicurante e in fondo volgare fierezza («le nostre donne, le nostre terre, le nostre bestie»). Se «Immacolate, le case e le facciate respingono i prati, / troppo verdi» (cioè, peccanti per eccesso d’indomita, infantile vitalità), all’inerme, al povero, al clandestino – prediletti da Bernasconi – che cosa rimane? «Sognare la trasparenza e la mediocrità, / pregare di smarrirsi nella folla, tra i ragazzi, per strada. / La speranza che cambi, presto o tardi, qualcosa».

(Dalla prefazione di Uberto Motta)

Revue de presse

«Bernasconi mette in pagina una vasta e tragica compassione per la maceria umanovegetale, producendo una narrazione apparentemente piana della sacra miseria delle cose, che non saranno perdonate, fino all’ustione terminale, materica e bruta, del vulcano indonesiano Merapi, zona di fuoco mortale dalla quale anche senza speranza comunque si fugge: appare sacro, sì, questo correre umano sebbene senza speranza» (Maria Grazia Calandrone«Il Manifesto», 19.06.2012).

«Nella sua poesia "oggettivante", che ha evidenti debiti con Fabio Pusterla e Mario Benedetti, i metri tipici della nostra letteratura sono annegati in un verso lungo, grigio come i paesaggi descritti, e in una sintassi scandita dagli asindeti: segno che nel mondo di Bernasconi, un mondo "senza l'audio", ovattato e purgatoriale, ogni evento si giustappone agli altri in un elenco senza gerarchie, e le catastrofi non modificano gli atti quotidiani» (Matteo Marchesini, «Il Sole 24 Ore», 22.07.2012).

«[...] forse basterebbe il titolo, duro e impegnativo, della silloge (Non è vero che saremo perdonati), per suggerire, insieme alla presenza magistrale di Franco Fortini (da una sua celebre lirica quel titolo discende), il territorio in cui l’autore sceglie di addentrarsi. La geografia può essere mutevole (dal Gottardo all’Irlanda, dal treno per Zurigo a un’eruzione vulcanica in Indonesia); ma il luogo vero e profondo è sempre quello in cui la parola, meditando sulla condizione umana, sullo scempio, sul disastro incombente prova nonostante tutto a registrare gli indizi, a non arretrare di fronte alla realtà, e a tentare di conservare, malgrado l’assurdo e la solitudine, un tenue traccia di speranza, un po’ di tenacia e di pietà» (Fabio Pusterla, «Corriere del Ticino», 23.08.2012).

«La poesia di Bernasconi è fatta di residui, scarti, attese tradite, assenza di redenzione: e non casuale è il richiamo a Fortini» (Claudia Crocco«404: file not found», 17.09.2012).

«E allora la possibilità del riscatto arriva dalle visite a luoghi altri, come l'Irlanda più sperduta, in un diario di viaggio dove a spiccare sono i dettagli delle cose solo intraviste o sfiorate in auto» (Francesco Targhetta, «Blow up», n.172, settembre 2012).

«Quella del ticinese Yari Bernasconi, e dei protagonisti della sua poesia, è un’identità di confine: tra Italia e Svizzera, innanzitutto; ma anche tra l’'io' e gli altri, che abitano le storie di una comunità, di una generazione che ha patito il trauma esistenziale e storico-sociale dell’emigrazione. È plurale, infatti, la voce del lamento che si alza dai cantieri: "Non è lontana, l’Italia, ma noi siamo bloccati / in questi gorghi di pietraie, incollati a questi attrezzi / logori e scuri, sporchi di detriti e di sangue, le mani / e le braccia incrostate da piccole ferite". Il tema del lavoro, come spesso accade, è qui un veicolo di valori civili; ma il racconto di un’umanità dolorosa si addensa anche intorno al tema padri/figli (in una poesia quasi verghiana, come Una conversazione con T.: "Alla fine, sporca e ricoperta di terra, / chiamai mio padre. / Non avevamo ritrovato nulla" [...]» (Niccolò Scaffai, «Semicerchio», 47/2, 2013).