Registro dei fragili
43 canti

Una madre uccide il figlio. Il fatto di cronaca diventa lo spunto per una ricerca sul campo minato della normalità: con 43 canti che procedono a ritmo incalzante, a tratti perfino ipnotico, Alborghetti segue le persone comuni nei vari non luoghi di una provincia qualsiasi, i supermarket, le palestre, i giardinetti, per spiarne le scelte, i dialoghi, i sogni e le catastrofi.

Critique

de Yari Bernasconi

«Questa raccolta nasce da un fatto di cronaca avvenuto nel 2006 in un paese della provincia: una madre uccide il proprio figlio»: la raccolta è Registro dei fragili, l'ultima fatica poetica di Fabiano Alborghetti, pubblicata recentemente da Casagrande. In precedenza, erano apparsi grazie a Lietocolle Verso Buda (2004) e, soprattutto, L'opposta riva (2006), dove – come in una « Spoon River dei vivi » – Alborghetti dava voce ai clandestini italiani dopo tre anni trascorsi in mezzo a loro, «a cavallo tra il 2001 e il 2004». Una poesia-inchiesta dagli esiti toccanti e sorprendenti.

Ebbene: per parlare di Registro dei fragili, bisogna proprio partire da L'opposta riva e dalla curiosità quasi giornalistica che aveva spinto Alborghetti a immergersi nella vita dei sans-papiers (Fabio Pusterla, nella sua prefazione, parla di «poesia-reportage, assolutamente dentro le cose del mondo, lontana tanto dall'effusività lirica quanto al gioco linguistico-provocatorio e/o fine a se stesso, ma ugualmente distante dal più facile realismo sociologico»). Questa volta, però, l'approccio è furtivo, al limite del voyeuristico: «per molto tempo ho infatti “pedinato” diversi nuclei familiari, annotando comportamenti, dialoghi, le casistiche relazionali che regolamentano l'andamento fisico, orale e morale della famiglia. Li ho seguiti nei centri commerciali, nei negozi, nei ristoranti, ho spiato da dietro le bancarelle di un mercato o appostandomi dietro le siepi dei giardini di casa, ascoltando ed annotando».

La raccolta si sviluppa attraverso 43 canti (così il sottotitolo) e si divide in tre sezioni. La prima, Quadri di un'esposizione, di gran lunga la più estesa con 37 canti (le altre due contano ciascuna tre canti), ci spinge a scoprire l'inconsistenza di una vita in balìa delle immagini e dell'apparire («Gli bastavano i ritagli le riviste che comprava in settimana per sapere / della vita e certe foto conservava per copiarne il buon vestire / la postura che allo specchio ripeteva in precisione», Canto 1; «Ogni giorno a mezzogiorno accendeva la tivù / per guardare la puntata, quella soap di vita vera / ambientata in posti belli», Canto 6), e l'inerzia e il vuoto che prendono silenziosamente il sopravvento nell'esistenza di una famiglia, una madre e un padre col loro bambino («Occorrevano quei riti alla forma di famiglia», Canto 4; «Il discorso, la finzione del discorso per offrire la presenza / di buon padre buon marito che pagava in pizzeria», Canto 9). Un contesto che riduce le figure dei genitori a una vertiginosa pochezza, dal vacuo – quasi grottesco – tradimento («un solo sguardo gli chiedeva che donasse almeno un senso. / Fotti come un animale gli diceva a voce bassa poi veniva / con guaiti aggrappando alle lenzuola. A che pensi domandava appena dopo: // domani parto con mia moglie rispondeva, resto fuori nel week end...», Canto 15; o si vedano le «chat» erotiche del Canto 23), al dissolversi del senso di responsabilità, schiacciato dal rimpianto per un'occasione apparentemente mancata («era quello il suo lavoro era quello il suo mestiere / esser corpo da vedere, esser forma da tivù / ed invece guarda ora, guarda me e la fortuna: esser madre // di rinunce, già sposata ed ho trent'anni / già sposata con un figlio, ecco / questo è il mio successo e non posso rinunciare», Canto 21). Così, come automi che parlano lingue diverse e perseguono ideali incompatibili, madre e padre non possono che entrare in conflitto: «Credi forse che da uomo mi comporti da animale? / Io non so che altro dire / e mostrava sfinimento // quasi certo che convincere fosse un'arte non casuale. / Con chi credi abbia tradito? / Lei alzava ferma e dura e la schiena era un sollievo // poter volgere sul muro quel suo sguardo da perdente. / [...] / Odio ciò che siamo adesso / gli diceva troppo calma mentre usciva dalla stanza...» (Canto 16), «si rompevano i bicchieri mentre altro proveniva / dal livore che dell'odio era adiacente / che dell'odio aveva forma» (Canto 18). Fino al definitivo disgregamento e allontanamento («Se non fosse la famiglia quella forma di prigione, se non fosse // la famiglia a tenermi incatenata e s'aggrappava / al corpo amante come fosse una salvezza», Canto 35), anche dal figlio, «quell'intralcio di bambino», già vittima di una situazione irrimediabile e grave, che spinge a drastici cambiamenti, come preconizza l'ultimo canto della sezione: « Certe cose vanno fatte per trovare il giusto spazio / e serviva i piatti pronti ferma in mezzo alla cucina / con la luce innaturale della lampada a soffitto: // come fosse quella vita un qualcosa passeggero...».

Tesi del giudizio, la seconda sezione, è situata già dopo l'infanticidio perpetrato dalla madre e annunciato in apertura, mettendo l'accento sulla ricezione sociale della tragedia: l'informazione parziale e fors'anche tendenziosa (a questo Alborghetti dedica versi piuttosto velenosi) veicolata da giornali e televisione diventa la fonte primaria per gli innumerevoli pettegolezzi e le reazioni emotive di una popolazione che ha nell'apparizione televisiva la sua massima aspirazione: «anche il sacro fatto palta, anche un niente riportato / ed ognuno che arguisce superando gli inquirenti / ed ognuno costruisce ciò che afferma la versione» (Canto 38), «e l'assassina va ammazzata / come dice la cassiera: che per me ci va il taglione / poi chiedeva a quel cronista // a che ora vado in onda che mi voglio registrare?». Televisione – «tivù» – che, già molto presente nella prima sezione, in cui occupava il centro delle ossessioni materne, come una sorta di Lucignolo spogliato da interessi ludici, in questa sezione di transizione diventa il grande inquisitore e dispensa morali, fino all'apice della terza sezione, quel Registro dei fragili che dà il titolo al libro, dove sono direttamente le persone a cercarvi una risposta: «È successo l'omicidio e questo scuote le famiglie / la coscienza più cristiana: // lo dicevano in paese che qualcosa non andava. / Sai qualcosa di diverso, chiede ognuno accanto assorto: / come accade che la madre uccida il figlio. // Cosa dice la tivù?». Ma la terza sezione rappresenta anche quel momento in cui il dramma viene dimenticato, si perde, tutto torna come prima: «Ripassando accanto a casa non c'è niente da indicare / nessun segno della cosa che si possa ricordare»; rimane solo nella testa di chi l'ha veramente vissuto: «Lo vedevano passare ogni tanto nel paese / e si guardava quel normale che rimane alla tragedia / un mistero non spiegato da guardare con cautela // per ridire a forza d'occhi questo a noi non può accadere...».

Più in generale, il libro segue un ritmo incalzante, narrativo (non per niente, tra le citazioni in esergo, spunta il nome di Pagliarani), giocato visivamente – per ogni poesia – su gruppi di tre versi più una chiusa composta da un verso isolato , a cui segue sempre o una reticenza o un interrogativo . Malgrado ciò, Alborghetti si attiene, pur con qualche eccezione, a un'osservazione e una descrizione pure, senza fronzoli e, prima di tutto, senza scadere in un facile catechismo o in una critica mirata, consapevole della forza e dell' importanza che questi strumenti ricoprono in un mondo contemporaneo sempre più televisivo (per tornare a uno dei temi principali della raccolta), filtrato, artificioso. Le miserie del nostro presente, sembra suggerirci, sono sotto gli occhi di tutti; per una reale presa di coscienza e per una ribellione , un colpo di coda, basterebbe guardarsi intorno.