Lettera da Dejevo

Revue de presse

«Un piccolo volume di versi liberi, prezioso anche nel formato, ispirato da un viaggio del giovane autore in un luogo distante, nello spazio e nel tempo, dalle classiche destinazioni dei tour operator: la regione di Dejevo, sull'isola di Saaremaa nel Mar Baltico in Estonia. Una lettera in forma poetica [...] in cui prendono forma l'osservazione sognante, le riflessioni, le suggestioni più intense regalate dall'incontro con un luogo, e i suoi fieri abitanti, sospeso fra Oriente e Occidente, fra passato sovietico e presente democratico. Una piccola raccolta in cui, nel perimetro di una terra fangosa assediata dal mare e dai ricordi, dalla rabbia e dalla speranza, lo sguardo dell'insolito viaggiatore incontra quello dell'indigeno, rivelandone irrimediabili distanze e inaspettate prossimità» (Claudio Lo Russo, «La Regione», 21.04.2010).

«Fin dai primi componimenti constatiamo che Yari non è interessato a registrare semplici impressioni, bensì a creare atmosfere simboliche atte a far emergere le pulsazioni di un "sentire" collettivo, quello del luogo ospitante. E che dietro la superficie del reale, dominato da un mare nordico e corrucciato, oltre che dai detriti e dalle macerie disseminati nel paesaggio, egli avverte qualcosa di ineludibile: il diffuso, anche se appena sussurrato tendere degli animi alla ricomposizione dello spirito e dell'identità del paese, dopo decenni di sopraffazioni e frustrazioni. Un tendere dagli esiti incerti, perché odio e risentimento sono sentimenti difficili da rimuovere nell'immediato. La ricognizione ci mette sotto gli occhi i brandelli, a modo loro eliotiani, di una terra desolata. Il lessico di Bernasconi al riguardo è eloquente: «reti metalliche pericolanti», «silenzio malefico d'ossa», «tagli, piaghe, graffi». Sembra che storia e natura, quasi per un insondabile patto stretto già nei primordi, abbiano dato vita in queste lande a iterate intrecciature di dissesto, dove organico e inorganico vanno a confondersi, su uno sfondo di crepe in sospensione sopra il vuoto» (Gilberto Isella, «Giornale del Popolo», 12.06.2010).