Estreme visioni di bianco

Anche attingendo alla più truculenta quotidianità, con voce giovane ma di carattere, Andrea Bianchetti, nato nel 1984, si azzarda a scrivere d'amore, nonostante tutto, nonostante manchi il fiato a volte. Nel libricino Estreme visioni di bianco sono raccolte in tre sezioni 20 poesie che giocano con il perturbante, immerse in un paesaggio e un tempo appena accennati che mescolano le carte del verosimile. L'autore accosta presente e passato a formare immagini che entrano nella sfera delle possibilità più che delle certezze – e che certezze può dare la memoria, nel rivangare l'infanzia? Poche, ma lancinanti. La raccolta è esile, ma si tiene per i costanti rimandi interni, singoli pezzi di un corpo – quello dell'amata? di un morto? – disseminati nei testi a disegnare scorci quasi post-umani. (rd)

Critique

de Roberta Deambrosi

«In realtà ti amo anche / perché ti lisci i capelli in bagno, / prima di uscire con me. / Anche per andare a bere / una birra: tu ti lisci i capelli. / Paiono linguine in brodo, / sono grossi come arterie, / ma non te lo posso dire».

Con i versi tratti dalla penultima poesia della corta ma intensa raccolta di Andrea Bianchetti si vorrebbero illustrare le ragioni di un invito a leggere Estreme visioni di bianco (Alla chiara fonte, 2012): anche attingendo alla più truculenta quotidianità, anche intralciati dalla ricorrente difficoltà di condividere codici – soprattutto se poco convenzionali, come lo può diventare velocemente la poesia – con voce giovane certo (l'autore è nato nel 1984), ma di carattere, ci si azzarda a scrivere d'amore, nonostante tutto; nonostante manchi il fiato a volte.

Sono raccolte in tre sezioni le venti poesie dense d'immagini e di rimandi, attente ai ritmi e alle sonorità interne, che giocano con il perturbante (per rimanere nel registro degli aggettivi sostantivati, caro all'autore) e immerse in un paesaggio e un tempo appena accennati che mescolano le carte del verosimile. È la visione appunto, la modalità preposta all'osservazione privilegiata delle intemperanze del vissuto umano. Emblematico l'episodio del bambino che osserva una carcassa di ratto: «"Lo voglio aprire e vedere cosa c'è dentro" mi dice: ed io poi: / che prego di essere quel ratto». L'occhio è peraltro molto presente nella descrizione della donna, nel cui sguardo l'io si specchia a scrutare il mistero: gli occhi se non sono «due ombre di vongole», o «molle argento di passione» hanno «color dei tombini», o sono «più grandi, come / le mani dei cadaveri nei torrenti».

Arrossamenti, sezione di quattro poesie, la leggiamo come breve excursus nei luoghi del desiderio e del presente, del dettaglio tenero e feroce al contempo. lnizia in medias res, «E sei anche la lettera: / giunta da lontano», rivolgendosi a un lei che nel verso d'apertura del libro «Portami dove muoiono le stelle» sembra investito d'un compito ben preciso. Così come nella prima raccolta di Andrea Bianchetti (Sparami amore di cera, Viganello, Alla Chiara Fonte, 2007) ancora qui e lì caratterizzata dagli impacci dell'esordio, il "tu" veniva subito nominato nel titolo, e chiamato a ferire se non a uccidere il poeta. Un tu legato a doppio filo con la morte. Estreme visioni di bianco è composta di otto testi, nei i quali, come un Ishmael tenuto a sopravvivere per raccontare, l'io fa i conti con i propri «collassati polmoni» - inducendoci a tornare  alla citazione in esergo: «then all collapsed» - e affronta la propria impotenza o inettitudine, «ed io lì, dito nell'occhio, che non ho saputo dirle niente», mettendoci davanti il naufragio di un amore: «Così si stava fermi, un po' più leggeri, / davanti a quella zuppa di ferraglia e stridori / di cavallette mutilate».
Ne segue appunto un Nero è il luogo del delitto, ancora otto momenti, otto episodi scelti tra altri si direbbe, forse tra i «tanti modi»: l'avverbio "anche" attraversa la raccolta, dal primo verso (il già citato «E sei anche la lettera»), fino ai «ti amo anche» dell'ultimo componimento. Quasi a suggerire che il seguito non può essere, per ora, che una serie di osservazioni, un'enumerazione non esaustiva di realtà che convivono con il bianco, lo nutrono a volte, lo illuminano, lo ombreggiano, sempre nel nome di una visionaria campionatura, che s'addentra, con paura e coraggio insieme, nelle inquietanti e infinite sfere dell'immaginazione umana.

L'autore accosta elementi del quotidiano - presente e passato - a formare immagini che entrano nella sfera delle possibilità più che delle certezze - e che certezze può dare la memoria, nel rivangare l'infanzia? Poche ma lancinanti e non sprovviste di surreale, episodi mai dimenticati come «quando da bimbetto ti sei rotto la clavicola / crollando da un'orca di plastica gonfiabile» o atmosfere soffocanti nella loro attenzione al dettaglio, e traboccanti, forse a volte più del necessario, di aggettivazioni: «L'estivo premeva sui ventri dei grilli / facendo gli occhi gialli come quelli delle anguille».

Due le temporalità, il presente e un passato; quest'ultimo che sembra riferirsi a ricordi, e che racconta il rapporto amoroso. A volte i due tempi si accavallano, tanto che si sospetta che il presente sia solo una modalità, forse più vivida, più viva, per ricordare - come quando si raccontano i sogni fatti la notte precedente - come nel bellissimo componimento, struggente e metallico al contempo: «Me ne sto seduto sulla carena di una vecchia automobile / [...] lei se ne sta con il seno all'aria / mentre le cavallette s'annidano  nel ventre come feti / troppo piccoli per esistere. / [...] Mi aveva guardato per un momento / poi era tornata a staccare le gambe agli insetti».

Nonostante la raccolta sia esile, essa si tiene per i costanti rimandi interni. Proviamo a rimettere insieme un corpo - quello dell'amata, di un morto, o più genericamente un corpo umano -  rintracciandone i singoli pezzi, disseminati nei testi a disegnare scorci quasi post-umani: un «petto uliginoso», «i miseri seni» sono «due bulloni difettosi»; le «mani bianche, senza unghie»; la bocca «come un fico aperto, / enorme», «le cosce ad aquilone», le «vagine dinoccolate». Proviamo poi, come un gioco di piste, a rincorrere i tre colori dominanti: il rosso, il bianco, il nero. Come non pensare alla pagina intonsa, al vuoto che si para davanti allo scrivente e alla vertigine che ne consegue? Ma anche al "bianco" come essenza incolore del mondo: la voragine del mistero è immacolata. Il rosso, del sangue e della vita, e il nero d'acque torbide e di morte, l'incorniciano.
Irrompono ad abitarla e ad "arrossarla" come una ferita che tenta di rimarginarsi, di guarirsi, visioni che il linguaggio cerca di rendere ricorrendo a ciò che di tangibile o di dicibile si dispone: animali, cibi, corpi, storie, che raccontano dell'infanzia, del dolore, del desiderio, dell'amore e della morte, fino alla prossima ondata di un melvilliano «tetro frangente bianco».

Revue de presse

«Sulla distanza che separa il primo libello di Andrea Bianchetti (Sparami amore di cera, 2007) dalla sua nuova silloge poetica [...] potremmo azzardare un'ipotesi: in questo lasso di tempo, come suol dirsi, ci è scappato il morto. Sì, qualcosa è mutato. L'erotismo ludico dei primi versi ha lasciato campo libero all'ombra – e alla colpa. Abbandonati gli orizzonti della giovinezza, il poeta deve (per dirla con Elsa Morante) "trescare e patteggiare con la belva". [...] L'autore ha individuato una zona oscura, e l'ha messa a fuoco. La scena che si schiude di fronte agli occhi del lettore non lascia dubbi: la bellezza è ormai malata – vale a dire adulta» (Daniele Bernardi, «La Regione», 07.04.2012).