Volo in ombra

L'opera di Anna Ruchat sfugge alle catalogazioni della narrativa così come alle sue forme. Composizione contrappuntistica a tre voci e tre sezioni, azzarderebbe chi vuole approssimarsi all'esattezza : nella prima parte Sofia è la bambina che vive – così diversa – con sua madre, e così prossima a chi non c'è. Nella sua vita avvertiamo, accanto a lei, una presenza vaga, mancante. Una voce arcana che si infiltra dalle righe del rapporto militare di un incidente aereo, e si materializza nella seconda parte in parole che ci arrivano dall'ombra di ciò che è stato : è il padre di Sofia, che ci racconta la sua versione dell'incidente. Finché le due voci e le linee narrative si ricongiungono, per sovrapporsi nello stretto finale della presa di coscienza che tutto risolve e conclude : Sofia-Anna, ora adulta, si mette per caso, o solo per destino, sulle tracce di quella voce, del padre perduto prima ancora del possesso e lo incontra nei luoghi del suo ultimo volo, nelle carte di un archivio, nei ricordi degli altri, ripercorrendo all'inverso e come in negativo una identica mappa che scopre chi non ha forma sensibile ma esiste ed è umano, come gli spettri.

L’antimateria del racconto

de Pierre Lepori

Tra le domande fondamentali a cui gli astrofisici contano di dare una risposta, grazie all'acceleratore di particelle del CERN, c'è quella relativa alla prevalenza della materia. Per quale motivo, nel momento della deflagrazione fondamentale che ha dato origine all'universo (secondo il modello del big bang ), la materia ha preso il sopravvento sull'antimateria, che sembra tuttavia costantemente insidiarla nell'imbuto assorbente dei buchi neri ? Potremmo porre la stessa domanda guardando al mistero della letteratura. Da dove viene ? Perché esiste ? Vien da chiedersi se ogni grande progetto letterario non tragga in gran parte la sua potenza dallo spavento dell'assenza, o del vuoto, o dalla _cupio dissolvi _che circonda ogni atto umano e ogni esistenza.

Profondamente iscritta nella mia storia, c'è – fin dall'inizio – la morte di mio padre. […] Tutta la mia infanzia è riempita da questa enorme presenza della morte e del suo tabù. Ci è voluto un lungo lavoro per arrivare a trovare uno spiraglio nel quale scivolare, per guardare in faccia la mia storia” (Intervista a Anna Ruchat, in «Feuxcroisés», n. 8, 2006).

Nell'opera di Anna Ruchat, l'antimateria ha un nome e una data : André – padre dell'autrice – precipitato a bordo di un aereo militare a Meiringen, il 25 ottobre 1960, alle ore 15 e 55. Affrontare o eludere quel buco nero è il motivo profondo del suo destino letterario. La strategia per arrivarci è però complessa e prismatica, come si era capito nel libro d'esordio dell'autrice, In questa vita (2006), raccolta di racconti gravitanti intorno a una vera e propria “strategia del lutto” (tra amici troppo presto scomparsi, morti bianche, mariti fuggiaschi). Anche Volo in ombra , nonostante la sua temeraria decisione di nominarlo, l'indicibile, non sfugge alla necessità di un avvicinamento tangenziale, rapsodico, composito e “composto”. Questo “romanzo della memoria” è dunque suddiviso in tre parti, che alternano punti di vista diversi, procedendo per giustapposizioni.

Nella prima, il lutto è drammatizzato : una figura di bambina, Sofia, viene narrata alla terza persona del singolare. “ A volte le persone dicono che assomiglia al suo papà, a volte non lo dicono ma si capisce che lo pensano. Sofia preferisce che non lo dicano perché anche la parola papà le dà una specie di turbamento. E un principio di dolore. Ma quel dolore è un furto e Sofia non lo vuole sentire. È come se fosse il dolore di un altro che lei ha usurpato. Glielo ha spiegato la mamma. Lei era troppo piccola, lei non ha ricordi e quindi non può avere nostalgia, non può sentire la mancanza di una cosa che non ha mai avuto. La nostalgia, la mancanza, sono il vero dolore della perdita. Perciò quel suo dolore è insensato ”.

Al mondo fatto di “ sbavature, incertezze, ripensamenti ” di questa bambina grassottella e impacciata, alle prese con il non-nominabile, si contrappone la precisione spigolosa della madre architetto ; “ Sofia va a scuola ogni giorno, riempie i quaderni di errori di ortografia, di conti disordinati, di macchie d'inchiostro. La mamma progetta asili e scuole, vince concorsi ”. La prosa asciutta, quasi schematica, è allora sporcata da un uso parco ma acutissimo del mondo metaforico infantile (“un cespuglio di palle di neve”, “[la mamma] una vera guerriera, con tutte le spade fiammeggianti del firmamento”) ; delle liste di oggetti quotidiani ; dalla modulazione sottile indotta dall'incalzare delle preposizioni relative.

Sofia è però insidiata dall'antimateria : ha orrore dell'assenza materna e del buio – “Perché la notte non entri nel corpo” –, punto di fuga di quel “buco che il Natale fa più nero”. Come strappi chirurgici di natura profondamente letteraria, l'autrice decide d'inframmezzare al racconto della bambina gli stralci di un referto che scandisce gli ultimi istanti di volo del padre : è la minaccia di un altrove tutt'altro che cancellato dalla precisione netta della narrazione “fittizia”.

Non è un caso che questa prima sezione del libro s'intitoli “Il canto di Sisifo”, ispirandosi al saggio filosofico di Albert Camus (Le mythe de Sisyphe), in cui l'autore francese – amato e letto dal padre della narratrice – postula un eroismo intrinseco alla decisione di vivere (materia) nonostante l'assurdità (antimateria) generata dal “confronto tra il richiamo dell'umano e il silenzio irragionevole del mondo”. L'impresa di verità che sottende il “romanzo” di Anna Ruchat non è infatti (unicamente) autobiografica : “qui il tempo si fa spazio”, vien detto a Parsifal per introdurlo nel tempio del Graal ; e il “Tempo dell'attesa” (titolo della terza parte di Volo in ombra ) è esattamente il crogiolo di questa permutazione.

L'autrice riprende la parola in prima persona – ma questa volta è l'immagine di una bambina logorata dall'attesa a far da controcanto –, si rivolge addirittura al padre con un “tu” dolorante. E racconta di come, dopo aver ricevuto dallo zio paterno lo scartafaccio afferente all'incidente del 1960 (ma “ dopo aver letto dimenticavo tutto, come se la mente non volesse assorbire la materia semplice, anagrafica, che passavano le carte ”!), sia partita in pellegrinaggio verso quei luoghi cancellati. La traduttrice dei diari di Klemperer e delle lettere di Nelly Sachs e Paul Celan, decide “ di andare a Meiringen invece che ad Auschwitz ”, laddove “le immagini entrano come coltelli”, “come se di colpo fossi una cosa sola con quella valle, quella pista, il fossato ; e non c'entrassi più niente con la vita”.

Dai luoghi, l'indagine prosegue negli archivi, ma non sono i referti oggettivanti della tragedia a precipitare la conclusione profondamente necessaria della ricerca, quanto una foto tremenda in cui scopriamo la testa mozzata del padre, ancora prigioniera del casco d'aviatore, “scattata da un uomo, a te, uomo morto, quella fotografia ti rende per me definitivamente anche umano”.

Se il libro si conclude con questa illuminazione lapidaria, è ancora una volta nell'intercapedine tra i due mondi che s'incunea la terza voce: nell'intensa sezione centrale de “La virata”, il padre diventa un personaggio (“Volo perché non so camminare tra la gente”), ci fa vivere dall'interno gli istanti precedenti lo schianto, attraversa per noi il limite verso la morte, per ritrovarsi intenerito cadavere ad osservare la notte della pista deserta: “certo, ormai è buio e deve fare anche molto freddo, qui tra le montagne. Ma io non sento freddo. Né fame né sonno. Non sento niente. Si sta bene così, senza dolore. Senza malinconie o mancanze e senza speranze”. Compiuto il passo tra antimateria e materia, la morte assume allora un volto più umano, nella tregua provvisoria della letteratura.