Lacrima

Il "Ricovero dei poeti" è un bar fuori moda di una cittadina di provincia, frequentato soprattutto da clienti fissi, ognuno con i propri orari e le proprie abitudini. C'è Claudio, il libraio, e c'è Mari Ann, la ladra di libri. C'è Giano, che si occupa sotto mentite spoglie della posta dei lettori di una rivista prestigiosa, c'è Abel, docente, vicino alla pensione ma ancora corteggiato da qualche studentessa... E c'è Ute, la cameriera, che scrive un diario notturno e alla quale apparentemente nulla sfugge: i lineamenti scavati di Mari Ann, il vittimismo del libraio, l'ambigua personalità di Giano, l'aria assorta di Abel. Un giorno dopo l'altro i personaggi della storia si incrociano come su un palcoscenico, con una ripetitività di gesti e orari che sembrano destinati a durare per sempre. Invece, nel giro di pochi giorni autunnali, i rituali quotidiani, la recita quotidiana, verranno stravolti. Storia di tante solitudini, Lacrima coglie i suoi personaggi in un momento cruciale della loro vita. La resa dei conti si annuncia con oracoli e diluvi dal sapore biblico. E dappertutto il colore rosso, ad alludere al sangue versato o alle ferite ancora aperte, che bisogna ricucire per poter continuare a vivere.

(Dalla quarta di copertina)

Intervista con Claudia Quadri

de Pierre Lepori

Rispetto al suo libro d'esordio Lupe, questo nuovo romanzo sembra segnare una netta impennata d'ordine stilistico. La narrazione è più libera, frastagliata ed anche lo stile è più elaborato: ha qualche discontinuità, ma di questa sembra nutrirsi, farne ricchezza. Alla polifonia stilistica corrisponde una maggiore varietà dei personaggi, ognuno con la sua storia, in un gioco molto bello di destini incrociati. Mi pare di scorgervi quasi un influsso cinematografico: Magnolia di Paul Thomas Andersen (anche per una pioggia di sabbia che ricorda quella di ranocchi), oppure la densità umanistica dei film di Reitz o di Kieslowski; le sembra pertinente?

Giusto per l'influsso cinematografico, ma scambio Magnolia Reitz e Kieslowski - che non ho visto o conosco solo in parte - con Le goût des autres di Agnès Jaoui, Sous le sable di François Ozon, The man who wasn't there dei fratelli Coen, L'homme du train di Patrice Leconte, con superba colonna sonora... Incide comunque anche il mio lavoro in radio e in televisione che per es. mi insegna il senso del ritmo.

Il cuore pulsante del suo romanzo è la dolorante bellezza dei suoi personaggi, gente comune, addirittura "di seconda scelta" (come pensa Ute), raccolti nella luce di uno sguardo romanzesco empatico, quasi come in un documentario di Raymond Depardon (con la stessa pazienza per i "temps faibles"). Più che il racconto, mi sembra che in questo suo romanzo prevalga il personaggio...

Ultimamente ho lavorato molto con l'archivio della TSI (Televisione Svizzera Italiana) che raccoglie le immagini amatoriali - i filmini - dei telespettatori e dei loro familiari. Ci ho trovato tanta di quella umanità... e la mia attenzione per i "temps faibles" , le "persone comuni" e per i "dettagli" si è molto rafforzata.

Un tema già presente in Lupe e qui trattato con estrema delicatezza è quello del passato, delle ferite per sempre aperte (i bellissimi momenti sull'infanzia di Ute, Mari Ann che un giorno scopre che le filastrocche della mamma non fanno più effetto, come se avessero "la data di scadenza"): in questo si può dire che la sua scrittura ha un'attenzione "psicoterapeutica" alla realtà?

Per arrivare in fondo a una storia ci vuole tempo e non potrei proprio avere a che fare con personaggi che non sono intriganti. Un po' è un gioco di specchi, c'è del narcisismo e anche un "aspetto terapeutico", ma i personaggi hanno anche una loro "autonomia", non si può fargli fare quello che si vuole, diventano presenze reali. E' questo che mi piace più di tutto della scrittura: entrare nelle loro teste e scoprire cosa pensano, come parlano... Irritarmi, divertirmi, commuovermi per le cose che fanno o non fanno. (Sì, anche il primissimo spunto da cui ha preso vita "Lacrima" (nel frattempo diventato un dettaglio) non è trama, storia, ma un pensiero di Claudio, il libraio, che ragiona sul fatto che uno che si chiama come lui - Claudio, da claudicare, vuol dire zoppo - e una che si chiama "Lena" come un fiume, sono proprio male assortiti.)

I libri, la letteratura, sono un elemento forte di Lacrima: la libreria dal nome ciceroniano (Malatempora), il bar "Ricovero dei poeti", il professore di lettere che cita a memoria i suoi passi prediletti; questo libro è anche una sorta di atto di fiducia nel potere dell'immaginazione letteraria?

Fare le cose con passione, ma contemporaneamente prendere le distanze. E' difficile, sembrano due cose inconciliabili, ma altrimenti il rischio è quello di diventare autistici, di chiudersi nelle proprie competenze, nei propri interessi. A me scrivere piace, quando leggo un bel libro sono colpita, la letteratura mi interessa. Ma la scrittura è una cosa, una possibilità, ce ne sono tante altre. La natura con il suo agire, prima di tutto. Capire, poi, è un'altra cosa ancora. E poi ho molta ammirazione per le persone che sono capaci di fare qualcosa con le loro mani e lo fanno con piacere. Quando i gesti sono fatti con consapevolezza diventano atti di resistenza. Una forma di rispetto, un atto di fiducia, un modo per dire: si può fare la differenza. E' un modo per opporsi alla ferocia. Quindi i libri sì, ma non solo.

Nel suo stile di scrittura, così come nella scelta di situazioni e personaggi lei si avvicina ad alcuni giovani scrittori italiani (penso a Marco Desiati, Matteo G.Bianchi, Marco Mancassola e in genere a tutta la generazione post-tondelliana). Si sente vicina a quel che si pubblica oggi in Italia?

Desiati, Bianchi, Mancassola... idee di lettura che lei mi dà e che apprezzo. Ma di nuovo scambio, senza voler dire che assomiglio a qualcuno di questi nomi, ma solo che mi piacciono: Michele Mari, Silvana Grasso, Giosué Calaciura, Roberto Alajmo, Erri de Luca, Pietro Spirito... Comunque ho una visione frammentaria della situazione letteraria in Italia, per dire se mi sento coinvolta. Ma immagino di no, scrivere si scrive da soli, e non ho molti contatti. Mi sento più coinvolta come lettrice, forse.

Questo secondo romanzo ha anche una dimensione regionale, seppur velata: un luganese si riconoscerà senz'altro nella salita alla Cattedrale, nella funicolare, nei salami appesi in via Nassa. Come ha trasfigurato questi luoghi quotidiani nel suo romanzo, qual è la loro importanza?

Più andavo avanti con Lacrima più prendeva forma e forza l'idea di un libro in cui tutto succede lungo una verticale, in pochi metri. La salita alla cattedrale è una via di Lugano che mi piace e che conosco bene, e vi ho fatto riferimento. Ma scrivendo è diventato un luogo al di fuori dello spazio, per me Lacrima non è ambientato a Lugano. Così come li vedo, tra l'altro, i luoghi e le atmosfere del libro sono più "scalcinati", più "decadenti". Per ironia, prima che il libro uscisse, ha davvero aperto una libreria vicino alla funicolare, ma non si chiama "Malatempora". (Già nel primo libro, Lupe, il luogo del racconto era un assemblaggio di luoghi reali - in Capriasca, Onsernone, Maggia, Blenio, Riviera... - che ha finito per esistere autonomamente nella mia testa. Potrebbe essere Ticino ma non lo è necessariamente. Ho bisogno di vedere i luoghi con precisione per portare avanti la storia, spesso faccio degli schizzi; del "Poeti", il bar di Lacrima, ho fatto il disegno degli interni, per es. Non ho bisogno della stessa precisione per i volti dei personaggi, invece. E' strano: Ute, per es., che è il personaggio di Lacrima a cui sono più legata, non so esattamente che faccia abbia...)

In un universo guidato dall'empatia per i personaggi - anche i più goffi, coloro che si nascondono, come il pingue Giano (gost di una giornalista psicologa) o il perfido Spinne, non sono giudicati - alla fine del romanzo sembra profilarsi una sorta di “polo dei cattivi": Ute ingessata nella sua rabbia che aguzza la sua matita (metafora di un scrittura “usata male"?), Abel che trama sotto la superficie della sua cultura... perché?

Nessun "polo dei cattivi", in realtà. Lacrima è un libro di tante solitudini, diverse e più o meno sfumate. Spinne, il "laido" docente di tedesco, è emarginato per il suo aspetto e i suoi modi. Ute, la cameriera, è la più sola, perché le ferite dell'infanzia non le sono servite a maturare una visione più umana della vita e delle persone. Non sa cogliere le occasioni positive e per questo rimarrà sola, senza il conforto di un rapporto sereno con se stessa, perché non si stima. Quanto all'altro "cattivo" - Abel, il professore con il nome da vittima sacrificale - diciamo che la sua pretesa di essere diverso e migliore degli altri (più che la sua inclinazione a fare del male) ha solleticato una qualche musa della scrittura in animo di rappresaglia... Alla fine la sua sicumera subisce un brutto colpo, la sua memoria lo tradisce, il tempo è passato anche per lui.

Il finale del libro, folgorante, commovente, inaspettato, è aperto: non sapremo se Claudio ha ritrovato Pablo (morto o no in Africa), se Cosimo riuscirà a salvare Mari Ann dai suoi fantasmi e dall'anoressia. Semplicemente: la vecchia ossuta che fa la tirchia per un cappotto di seconda mano si lascia invitare da Cosimo a bere un caffè: un dettaglio, un gesto inaspettato e “in minore", ma che nella sua semplicità può cominciare a trasformare il mondo. E viene voglia di offrire un caffè a Claudia Quadri.