Antonia

Ciarli è un geologo malinconico e misantropo che ossessivamente racconta a se stesso la storia della sua famiglia : vorrebbe capire, ricostruire episodi, ricongiungere tessere che hanno disegnato le arterie della sua vita randagia. Nulla si muove, però, in quel labirinto di solitudine e rimpianti. Ciarli è un ragno appiccicato alla sua ragnatela. Sarà la morte del nonno, quasi centenario, a cambiare radicalmente le cose ; al funerale l'uomo incontrerà, dopo tanti anni, la cugina Antonia che porterà luce in ogni dove. Antonia, distinta da un profilo tenace e delicatissimo, saprà rammendare con grazia gli strappi del passato, svelando anche ruvide verità. Così tutto riemergerà da profondità nascoste dando nome e volto a sangue e carne, migrazioni e abbandoni, realtà e finzione. Ciarli tornerà dunque a vivere rinunciando all'amore per Antonia, incontrando finalmente sua madre, accettando di conoscere le proprie figlie. Storia - questa - di amori impossibili, parole mai dette, luoghi gravidi di ricordi, affetti ritrovati che portano lontano, verso un futuro che non sarà migliore, ma sincero. Goethe intanto, attraverso le pagine di un suo libro, accompagnerà Ciarli e Antonia lungo un percorso puntellato da coraggio e costanza.

Critique

de Francesca Puddu

Antonia è un bel nome : niente sdolcinature, senza il Maria davanti, senza storpiature tipo… Ninetta, Tonietta, Anto, senza ypsilon in ballo nel tentativo di rendere esotico qualcosa che è, invece, apertamente nostrano. Antonia basta e da lì già si capisce che ti trovi davanti una con le idee chiare.

In una prosa densissima costituita da parole gravide di significati, il nome Antonia nasce con la vocazione di raccogliere, contenere, condensare il senso di una storia a tratti inenarrabile.

Antonia ha una forza arcaica: parla di una devozione semplice e spontanea in cui il nome è una preghiera, un dono offerto e ricevuto. Evoca un mondo lontano dove esistono le Angela, le Giuseppa e le Fernanda, a cui una – a basta a indicare una via: “Lei obbediva perché le avevano insegnato che matrimonio voleva dire obbedienza, appunto, e rassegnazione; dunque seguiva il marito e la famiglia con l’energia del corpo e la volontà del cuore” ; un mondo di gesti, suoni, odori senza tempo : bauli in noce che racchiudono corredi, peperoni fritti in olio d’oliva, larghe fette di pane scuro. In un luogo siffatto, dove una – a marca un confine, il potere è spesso arbitrario, la violenza straziante, la tradizione oppressione; eppure le leggi immutabili che regolano, almeno in superficie, i destini individuali sembrano trasmettere agli uomini e, soprattutto, alle donne una conoscenza profonda e ancestrale. Così la – a della differenza può diventare un’arma in mano alle donne e il patriarcato apparente scivolare, a volte, in un sostanziale matriarcato d’impronta solidale.

_Antonia _è nome-sistema a cui si contrappone Ciarli: nome stranissimo, storpiato (da Charlie), pretenzioso e sradicato, senza passato e senza futuro eppure, proprio per questo, proiettato verso un altrove, domanda aperta.

I personaggi che incarnano questi due sistemi – Antonia e Ciarli – procedono uniti e/o divisi nella comprensione della loro storia, comune e individuale: Ciarli offre i propri dubbi, i vicoli ciechi nei quali incappa, le pietre che pesano come macigni nel proprio stomaco: “Insomma, il passato si è dissolto dentro i cerchi concentrici di un sasso lanciato, da mano ignota, nel perimetro labile del nostro stagno.[…] In realtà non ho capito niente”. Antonia cerca le risposte all’inspiegabile dentro quel passato che Ciarli rifiuta di guardare: “Nelle mie veglie notturne raccolgo i sassi perduti, i granelli che ho lasciato cadere con la stessa ingenuità di Pollicino in certi angoli angusti della vita”. Come nelle _Affinità elettive _di Goethe, le cui citazioni intersecano i ricordi dei due e le pagine del libro, i personaggi sono complementari: la debolezza dell’uno si abbevera alla forza dell’altro e viceversa. Così, ad esempio, Antonia “adotterà” la famiglia di Ciarli da cui lui ha deciso di fuggire mitigando il rifiuto che lei ha opposto all’idea di diventare madre, mentre Ciarli scoprirà il vero volto dei propri genitori attraverso la ricostruzione del passato operata da Antonia: “Antonia mi guidava tra musco e rocce, di sasso in sasso, senza timore né affanno come se ogni muro fosse stato abbattuto per sempre tra di noi”.

Come Antonia rincolla, per Ciarli, i cocci di un passato doloroso per dar loro un contorno accettabile, così Maria Rosaria Valentini amalgama, nel proprio romanzo, una materia incredibilmente ricca e complessa: emigrazione, violenza, condizione femminile, omosessualità, incesto latente, con una forma che allea il rigore della ricerca retorica: il fil rouge dei riferimenti a pietre e sassi – avrà letto, l’autrice, Mal di pietre (2006) di Milena Agus ? – la struttura bipartita in due capitoli-punti di vista, le già evocate citazioni da Goethe ecc.; il tutto trascritto in una lingua dall’alto potere evocativo e impressionistico: “Ora la solitudine è bambagia: la coltivo a maggese seminando il coraggio – poco e smilzo – che ho”. Le parole si tuffano nella memoria per riscoprire altri ritmi, altri significati: “Ha un modo di parlare svanito ma preciso: come il tuo. Io mi adeguo e le copio le espressioni, la cadenza, i tempi. In quella mia imitazione verbale trovo una consolazione che non so spiegare, mi scopro sinceramente vicina a lei e a te, contemporaneamente. Insomma quel nostro parlare diventa bozzolo”.

Antonia è nome apertamente nostrano ma non solo; di Antonie il ‘900 – ed in particolare la ‘cultura femminile’ – ne ha conosciute almeno due: My Antonia (1918) è il titolo di un romanzo della scrittrice statunitense Willa Cather (1876-1974), omosessuale, o rivendicata tale, e prima donna premio Pulitzer. Il romanzo narra dell’affinità elettiva tra Jim, orfano e affidato ai nonni, agricoltori del Nebraska, e Antonia, maggiore di lui di uno o due anni e appena emigrata dall’Ungheria, e del loro rapporto simbiotico dall’infanzia all’età adulta. _Antonia _è anche il titolo originale del film del 1995 di Marleen Gorris (Oscar per il miglior film straniero nel 1996) distribuito nei paesi di lingua italiana col titolo L’albero di Antonia: Olanda, dopoguerra, Antonia e la figlia Danielle si ristabiliscono nel loro paesino d’origine e, in barba alle regole della piccola società rurale, fondano una famiglia sulle basi del matriarcato e dell’uguaglianza tra sessi. Queste coordinate potrebbero inserire la nostra _Antonia _in un filone che spiegherebbe una certa debolezza delle voci maschili: scelta ideologicamente comprensibile ma, forse, narrativamente discutibile. Già in Quattro mele annurche (2005), Valentini aveva fatto dono al lettore di un mondo arcaico e femminile, fisico nelle descrizioni indimenticabili del quotidiano, evocativo nell’illustrare il sottilissimo intreccio dei legami tra le anime. L’ulteriore salto ideologico, in cui l’uomo o è tiranno o è femmineo, manca a tratti d’ossigeno: da un lato Santino e Don Cecco che incarnano il sopruso, dall'altro le due figure antagoniste di Dionisio, omosessuale e rifiutato per questo dal paese e da parte della propria famiglia, dolce, poetico, musicista e liutaio autodidatta e di Ciarli, sradicato, solitario, sognatore: “Comunque tu non ti sei mai accorto di niente perché sei uno che sa sognare, tu sei un saggiatore di pietre, ti ricordi dei nostri sassi contati in villa ?”.

Ciarli inizierà a vivere solo quando accetterà di farsi guidare da Antonia, di rimettersi alla sua autorità – benevola ma imperiosa - come, di fatto, non ha mai smesso di fare dalla sua nascita, in una fredda notte di gennaio.

Revue de presse

«Elegante e profonda, leggera e tagliente fino al sangue di una donna violata, questa storia lascia la cicatrice nel lettore. La scrittrice lavora molto bene i tempi narrativi creando una delicata tensione nutrita dalle due voci narranti (quella femminile è rivelatrice, quella maschile di attesa); il linguaggio, lontano dai luoghi comuni, è curato, preciso, ricco. È una scrittura che vale come impegno civile.» (Daniele Dell'Agnola, La Regione Ticino, 10 dicembre 2010)

«Forse legata al condensarsi esemplare in poche pagine di eventi e tematiche (stupro, emigrazione, alzheimer, omosessualità…) ma nel dolore emerge comunque una voce di verità. Quella che, con l’aiuto della perentoria Antonia (che pianifica, prepara, organizza), porta Ciarli alla catarsi, a chiudere i conti con il passato e a volgersi finalmente verso un possibile futuro. Non del tutto convincente a livello di trama e di percorso narrativo, l’opera si riscatta per una forma linguistica densa di sentimenti e profili umani che riescono a fissarsi nella memoria del lettore» (Manuela Camponovo, in «Giornale del Popolo», 19.02.2011).

«Anche se il romanzo non difetta certo di tensione narrativa o di situazioni forti, qui siamo in presenza di uno scavo all’interno del linguaggio che ci conduce innanzitutto a confrontarci con due punti di vista, entrambi degni di narrare la vicenda, e poi a sprofondare dolcemente in una terra e nella lingua che la caratterizza.» (Sergio Roic, «Extra», 23/2011)