Capelvenere [Venerin volos]

Un interprete traduce storie di profughi in un ufficio statale svizzero. È lui il filo invisibile che lega le molte trame del romanzo: l'asettico verbale, i ricordi di una famosa cantante, la cronaca di una coppia in crisi, la corrispondenza tra padre e figlio, le letture erudite appuntate sulla pagina in costruzione. Romanzo straordinariamente complesso, Capelvenere è come un lavoro al telaio, dove i fili colorati ora sono visibili ora s'immergono nel tessuto per riapparire qualche pagina più in là. Infinite vicende si incasellano l'una nell'altra, l'identità stessa dei personaggi è instabile perché immersa in una trama più ampia, collettiva. La vita coincide con il racconto, ed è il linguaggio la sede della realtà. A poter vincere la morte non c'è che la parola.

Critique

de Yari Bernasconi

«... in lingua morta per ciò che vive: Adiantum capillus veneris . Erba magica della specie delle adiantum . Capelvenere. Dio della vita. Appena mossa dal vento. Sembra annuire, sì-sì, proprio così: questo è il mio tempo, la mia terra, il mio vento, la mia vita. Erba delle erbe. Crescevo qui prima della vostra Città Eterna e crescerò anche dopo. Dipingete quanto vi pare, scolpite pure quelli barbuti, con le palandrane, che hanno inventato la maculata concezione. Io spunterò attraverso i vostri quadri e m'infiltrerò attraverso i vostri marmi. Io sono su ogni rovina del Foro e sotto ogni mattone sotto i phlox. E dove non mi si vede, c'è il mio polline. Dove non sono, là io sono stata e sarò. Io sono dove siete voi».

Venire a capo dell'ultima opera letteraria di Mikhail Shishkin, raccoglierne i frutti e farne un resoconto più o meno dettagliato, allargando qua e là le maglie del tessuto narrativo per intravederci un'anima, un filorosso, una traccia fresca, è ben più arduo di quanto si possa immaginare. Questo, però, fa parte della scommessa: la bellezza di _Capelvenere _risiede anche nella sua raffinata complessità, nei turbolenti scatti, nella sua logica cangiante. Il libro, pubblicato dalla romana Voland, è coraggiosamente tradotto da Emanuela Bonacorsi (sue, inoltre, le utili note in coda al libro e la postfazione Una barca graffiata nel muro).

Per cominciare, _Capelvenere _è polifonico. Personaggi, luoghi e generi narrativi si alternano con ritmi incessanti, le più disparate vicende ed esperienze si susseguono con incredibile varietà: se al centro di tutto sembra esserci, per forza di cose, lui, l'interprete per i richiedenti d'asilo russi in Svizzera («Dragomanno della cancelleria dei rifugiati del Ministero della Difesa del Paradiso»), il lavoro dello stesso Shishkin, le oltre 450 pagine dell'opera sono un continuo singhiozzare tra fogli di diario, dialoghi, lettere, prosa lirica, cronaca, ..., da cui spiccano, per importanza, tre figure femminili: la cantante Isabella (suo il diario che finirà in mano all'interprete e, quasi naturalmente, sotto gli occhi del lettore), l'insegnante Galpetra («da noi durante le lezioni di Galpetra regnava sempre un silenzio ideale. Intanto però nei bagni la disegnavano nuda, coi baffi e con un paio di tette di parecchie libbre»), e «la sua Isotta» (sua: del dragomanno). Anche gli spazi hanno il loro luogo eletto, «in un regno non so dove, di là dai monti di là dai mari, nella capitale delle capitali»: Roma. Qui l'interprete si trova a leggere e scrivere, e qui, in un modo o nell'altro, si trovano a confluire anche i tre personaggi femminili. E, come se non bastasse, la stessa lingua e i rispettivi toni sono virtuosamente camaleontici, vagano tra uno stile basso, telegrafico, e uno più espressionistico, più impegnato, talvolta aulico, talvolta parodico. In questo controllatissimo magma, affiorano inevitabilmente grandi nomi della letteratura russa: Dostoevskij, Puškin, Cechov, e soprattutto Gogol'. Ancor più che “affiorare”, però, questi autori “sorgono” dal testo attraverso citazioni esplicite, nascoste, accenni. In modo assolutamente maturo, con grande consapevolezza, Shishkin gestisce distanze e prossimità con i suoi maestri, e, più estesamente, con le sue letture e la sua cultura. Emblematico, forse, l'ironico appunto dal fronte (siamo nel dicembre del 1915) del fidanzato di Isabella, ironicamente rivolto a Tolstoj: «Ieri per la prima volta mi sono davvero trovato in pericolo. Una granata è caduta a due passi da me. Dio mi ha risparmiato. [...] E sai qual è stata la cosa più curiosa? I miei pensieri nel momento in cui la granata volava verso di me. Forse credi che il tuo eroe guardando il cielo si sentisse come Andrej Bolkonskij sul campo di Austerlitz o qualcosa del genere? Niente affatto. Pensavo distrattamente che qui hanno inventato di tenere nelle tasche del cappotto piccoli scaldini: braci che ardono in una custodia metallica rivestita di velluto. È una vera fortuna non essere morto in quel momento! Sarebbe stato un peccato morire con tali sciocchezze in testa».

L'ampiezza e la grande varietà di _Capelvenere _ne fanno un luogo privilegiato per affrontare una notevole quantità di tematiche e problematiche. I freddi interrogatori a cui l'interprete deve presenziare, per esempio: i problemi dell'accoglienza, dell'asilo, della comunicabilità, le tragedie personali, si trasformano (si sublimano) in un gioco visionario di botta e risposta che tocca ancor più nel profondo - attraverso delitti, sangue, ambienti militari e carcerari, ma anche ironia e sorrisi - le radici dell'identità umana. Tanto che l'ultimo dialogo si scioglie, gli interlocutori si confondono fino a fondersi: chi fa le domande è chi dà le risposte, e viceversa. O il racconto di formazione della vita di Isabella, attraverso il suo diario, le sue scoperte, la sua crescita, l'assestarsi di una coscienza, di una personalità (come non pensare alla Nataša tolstojana?), ma con le sue ellissi, le sue parti mancanti - forse uno degli effetti più strabilianti di Capelvenere -, dovuti a fogli bruciati o andati perduti chissà dove. Momenti di vuoto dove il lettore ha veramente l'impressione di controllare la situazione, di poter costruire, rappezzare. O ancora, da ultimo, i complicati rapporti della coppia in crisi: il dragomanno, Isotta, lo spettro di un Tristano che, morto in un incidente stradale, sembra non lasciare la mente di Isotta, il figlio a carico...

Sotto questo inestricabile groviglio di vicende e di voci, però, qualcuno o qualcosa tesse delle impercettibili coordinate, qualcosa si muove. Ancora meglio: qualcosa dà un senso preciso a queste vite (o spiragli di esse che siano). Questo qualcosa è la parola. La parola il cui simbolo, qui, è proprio il capelvenere, che «rinasce quando qualcuno giunge a designare l'esperienza, a raccontarla, a risorgerla» (Bonacorsi). Sì, perché, a ben setacciare, come succede nell'ultimo botta e risposta tra interrogatore e interrogato, anche gli altri personaggi si fondono: nelle ultime pagine del libro, le tre figure femminili, ben delineate, diventano una sola, le loro voci si mischiano perfino con quelle del dragomanno, dell'interprete, con la voce narrante. Tutto si fonde, la stessa Roma potrebbe essere un altro posto («Gli odori, i rumori sono romani, ma il colore delle case è proprio moscovita; in vicolo Sivcev Vražek era questo il colore caldo, accogliente dell'intonaco scrostato, a brandelli, delle vecchie palazzine»; «la città dei morti dove tutti sono vivi»). Le storie diventano universali: «A volte le porte delle case davano direttamente sulla strada, e l'interprete rallentava per guardare come vivono gli italiani. [...] Ogni casa una famiglia, a volte più di una. Ma come fanno a vivere insieme? Certo che non ce la fanno! Dietro ogni finestra, prima o poi uno ha detto o dirà all'altro che non è più possibile andare avanti così, bisogna separarsi, perché è ormai insopportabile dividere lo stesso spazio. E l'altro ha risposto o risponderà: va bene, davvero, così non si può vivere. E il loro bambino si raggomitolerà nella poltrona, cercando di farsi piccolo piccolo, cieco e sordo, per non vedere e sentire nulla, come un cuscino». Tutto si racchiude nel salvifico grumo di lettere: la parola. E nei suoi spazi vuoti: «L'assenza: anche questa è carne. Infatti il silenzio è al pari una creatura originata dalla parola, come il vuoto sigillato in una stanza o come sul lastricato buio e bagnato il riflesso dei lampioni che si moltiplica vegetativamente, a piccioli». L'impressione finale è vertiginosa, il trasporto fin surreale: impossibile non sentirsi chiamati in causa. Qualcosa dà un senso alla vita. Qualcosa dà vita: «Che differenza fa a chi è successo? Rimane pur sempre un fatto. Le persone non c'entrano, sono le storie che possono essere vere e non vere. Bisogna solo raccontare la vera storia. Esattamente com'è andata. E non inventare nulla. Noi siamo quello che raccontiamo. Il destino appena varato è stracolmo come un'arca di persone che non servono a nessuno e tutto il resto è abisso. Noi diventeremo ciò che sarà messo a verbale. Parole».