Ritratti levati dall'ombra
Racconti

Intrecciando autobiografia e invenzione, storia del Novecento e memorie familiari, Pietro De Marchi allestisce in questo libro una vasta galleria di figure e personaggi. Così ad esempio nel primo e più ampio racconto, dedicato alle generazioni dei padri e dei nonni, i lettori vedranno emergere dall’ombra i volti dei protagonisti di un’umanissima epopea popolare negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale. Lo stesso accade in Ricordi fugaci, tenaci, dove una voce materna ricostruisce l’animato microcosmo di un cortile lombardo. Ma tutti e nove i racconti del libro sono così folti di luoghi, incontri ed esperienze – Milano, il Veneto, la Svizzera, le amicizie, i sogni giovanili, la scoperta della letteratura, la lontananza linguistica –, che forse non si sbaglierebbe a leggerli anche come i capitoli di un originale romanzo di formazione.

(dalla quarta di copertina)

Critique

de Andrea Grassi

«Con l’aiuto dello scanner siamo riusciti a riprodurla e a recuperare molti dettagli che ormai erano invisibili, così è riemerso anche il volto del nonno, come un ritratto levato dall’ombra» (p. 41). Riportare alla luce l’immagine del nonno da una vecchia fotografia sbiadita, ridefinirne i lineamenti, restaurarne il ritratto logorato dal tempo, è un’operazione resa semplice dalle odierne tecnologie. Il discorso però si fa più complesso quando al posto dello scanner lo strumento utilizzato è la scrittura, attraverso la quale aggiungere – come ci suggerisce il pensiero di Leopardi dal quale è tratto il titolo di questo libro – «convenientemente quello che dall’ombra non si può ricavare» (Zibaldone, n° 4085). I verbi riprodurre, recuperare e riemergere acquistano allora una nuova densità semantica e alludono a qualcosa che va ben oltre l’oggetto restaurato.

Costituito da nove racconti che intessono memorie familiari e vicende autobiografiche, il nuovo libro di Pietro De Marchi, Ritratti levati dall’ombra, è costellato da una galleria di figure, spesso richiamate in vita proprio da vecchie fotografie. Anche qui, come per le precendenti opere in poesia, De Marchi allo «spettacolo pirotecnico […] continua a preferire l’arte di smorzare la palla» (Pusterla): infatti lo scrittore cesella questi personaggi con mano lieve e discreta, calandoli o facendoli emergere dal magma del proprio vissuto e manifestando un pudore che potrebbe sorprendere il lettore abituato all’alfieriano «amore di me medesimo», da cui prende le mosse buona parte della letteratura autobiografica moderna. Non si fraintenda, la centralità dell’io rimane preponderante; essa viene peraltro sottolineata nell’ultimo brano della raccolta, Autoritratto non contraffatto, in cui l’autore attua una mise en abyme, una replica, di molta materia diluita nei testi precedenti. Partendo dalla programmatica epigrafe della Vita del Parmigianino di Vasari («… si mise con grande amore a contraffare tutto quello che vedeva nello specchio, e particolarmente se stesso») De Marchi afferma:

La mano che scrive, in primo piano, è sempre sproporzionata rispetto allo sfondo e alle figure che restano in ombra o fuori campo. In ogni caso, d’ora in poi cercherò di ridurre tutto alle più giuste proporzioni, limitando al minimo l’inevitabile contraffazione (p. 129).

Questo gioco di specchi e di ripetizioni esprime l’assillo di uno scrittore che cerca di mettere a fuoco la propria immagine, ma anche, una volta dissolta la cortina metaforica, la rappresentazione di un percorso introspettivo e conoscitivo che muove dalla ricognizione del proprio retaggio familiare per approdare all’oggi.

La struttura della raccolta è ben definita: i primi tre racconti sono dedicati alla storia familiare, seguono due brani su infanzia e gioventù, e tre sulla maturità, infine una sorta di riepilogo rappresentato dal già citato Autoritratto non contraffatto. All’interno di questa impalcatura, l’emigrazione in Svizzera dell’autore funge da spartiacque. De Marchi sceglie di affrontare la problematica attraverso la specola della lingua. Pietre di guado, l’ultimo racconto dedicato alla gioventù, si chiude infatti con una riflessione sul significato del vivere in un paese in cui si parla un’altra lingua: «se c’era qualcosa di cui avvertiva la mancanza in maniera lancinante era proprio l’immersione in quel brusio continuo della lingua materna […] Fuori della sua mente c’era invece una radio sempre accesa, ma sintonizzata su canali che trasmettevano la vita in altre lingue» (p. 89). Questo moto nostalgico torna nell’Autoritratto: «per chi si è trasferito in una città alloglotta da adulto, c’è sempre il sentimento di vivere dimidiati, linguisticamente, ma non solo; c’è sempre il sentimento di stare con la testa un po’ qui e un po’ altrove» (p. 146).

Il primo racconto, intitolato «Non so qual son io perché siamo in molti», è il più corposo del libro e dà luogo ad alcune considerazioni stilistiche su questi Ritratti. L’autore rievoca un’epopea familiare legata soprattutto alle esperienze belliche del padre e del nonno, attingendo direttamente ai documenti privati e personali degli avi, debitamente incastonati in una trama articolata e varia, in cui il lettore si ritrova a (in)seguire il narratore che ricostruisce, un pezzo dopo l’altro, l’intero mosaico delle vicende. Ne risulta un racconto polifonico e mimetico in cui si esprime una riflessione sulla guerra e sull’incidenza della Storia nelle vite individuali lungo quello che è stato definito il ‘secolo breve’. Nonostante la serietà della materia trattata, serpeggia qua e là qualche accensione divertita che riporta il discorso a una dimensione più umana e quotidiana. Ne è un buon esempio l’episodio dei bosgnàchi:

A impressionarmi più di tutto però era la nonna quando raccontava che durante i mesi dell’occupazione […] le latrine dei todéschi erano a cielo aperto, proprio sotto le case della nostra contrada, e a tutte le sante ore del giorno poteva capitare che una giovane sposa, sporgendosi dal poggiolo […] si vedesse schierata davanti agli occhi verecondi una fila di pallidi deretani bosniaci (bosgnàchi, nella pronuncia locale) esposti all’aria e intenti all’epico sforzo. Quella sì, era una scena alla quale mi sarebbe piaciuto assistere di persona, ben più che alle imprese eroiche o cruente […] Avrei preso la mia cerbottana e gliel’avrei fatta vedere, o meglio sentire, a quei culi per aria, io, piccolo sabotatore di sedute austroungariche! (p. 14)

Un ulteriore dato interessante relativo a questi Ritratti è il riuso di materiali della precedente opera Replica (Casagrande, 2006), in particolare dell’intera prosa poetica Centerville, Iowa. Se a prima vista l’operazione può meravigliare, considerata la distinzione di genere che caratterizza le due opere, essa rivela invece lo sviluppo della poetica dell’autore. Lo aveva suggerito De Marchi stesso, in un’intervista del 2006: «L’ideale sarebbe arrivare al teatro e al racconto o al romanzo, senza perdere la densità espressiva che connota il linguaggio poetico» (Recensione e due domande a Pietro De Marchi). Sembrebbe proprio che, con quest’ultimo libro, si sia concretizzata tale progressione lineare che va dalla poesia di Parabole smorzate (Casagrande, 1999) alla prosa di questi Ritratti.

Con il trapianto da un’opera all’altra, i testi vengono risemantizzati secondo i nuovi intenti autobiografici della raccolta. Esemplare, a questo proposito, il caso di Centerville: il racconto sull’emigrazione del nonno in America infatti va a costituire un importante tassello di quella sorta di storia di famiglia tratteggiata nei primi tre racconti. In questa sezione del libro, l’autore non dipana la narrazione sul filo della cronologia delle vicende, preferisce invece l’affresco ottenuto mediante racconti-quadri che presentano una varietà di strategie stilistiche e narrative: il primo brano è orientato, come si è visto, da un taglio analitico (ricostruzione documentata), il secondo, Centerville, è di stampo poetico, in cui domina l’invenzione (il narratore non era presente all’epoca dei fatti), infine il terzo, Ricordi fugaci, tenaci, è aneddotico (trascrizione della narrazione orale della madre dello scrittore che, attraverso il filtro dei ricordi e un vero e proprio «sforzo di memoria», descrive la storia del proprio quartiere durante la prima metà del secolo scorso). La connotazione poetica del linguaggio e l’assenza dell’io autobiografico imprimono forse a Centerville il potere di meglio evocare quella dimensione ‘mitologico-familiare’ che s’irradia anche nei racconti limitrofi. Ampliando lo sguardo all’intera raccolta, Centerville si segnala inoltre, alla luce del trasferimento in Svizzera dell’autore, come un elemento speculare capace di porre in relazione le due generazioni.

De Marchi mostra anche di trovarsi a proprio agio all’interno della tradizione letteraria di matrice autobiografica, sempre messa a frutto e piegata abilmente ai propri fini espressivi. Sebbene sia difficile indentificare i modelli che hanno orientato la scrittura di queste pagine, si rileva una risonanza delle opere di Meneghello (in particolare di Pomo pero. Paralipomeni d’un libro di famiglia) e di alcuni racconti di Primo Levi. Sicuramente, l’autore ripercorre alcune costanti della letteratura di genere: dalla nascita della vocazione letteraria disposta argutamente in chiusa della raccolta, alla rivisitazione in chiave francese del pellegrinaggio alle tombe dei grandi scrittori, nel racconto Raisin d’Italie, non senza una punta di ironia (commosso dinanzi a una giovane in lacrime che posa un fiore sulla tomba di Proust, il protagonista ci avverte: «bisogna andarci piano con le infatuazioni letterarie», p. 119), o infine al grande tema del tempo perduto. Visti sotto quest’ultima angolatura, questi Ritratti propongono anche un originale tentativo di contrastare l’agire del tempo che sbiadisce i volti e disperde i ricordi, di risarcire almeno un poco quella «fitta di rimpianto e di nostalgia» che insorge quando l’autore pensa «al giovane che era stato e che non sapeva, come non possono saperlo i ventenni, che la vita è un soffio, che basta distrarsi e ci si ritrova invecchiati, con il sentimento di una spaventosa compressione del tempo» (p. 127).

Note critique

Ritratti levati dall’ombra è l’esordio narrativo del poeta, saggista e critico letterario Pietro De Marchi: nove racconti che intrecciano rievocazione e invenzione, memorie familiari e storia del Novecento. L’autore allestisce una caratteristica galleria di volti, luoghi, incontri, ricordi che travalica la mera dimensione autobiografica e trova nella via del racconto una singolare trasfigurazione.

(Andrea Grassi, «Viceversa letteratura» n. 8, 2014)