Tanti cari saluti [Efina]

Una passione travolgente che consuma gli animi e che via via si trasforma in una vera e propria battaglia d'amore, senza vincitori né vinti. La giovane Efina si innamora di un attore teatrale. I due si attraggono, s'avvicinano e allontanano, sembrano non capirsi mai e sempre, sempre, finiscono col cercarsi, con l'avere bisogno uno dell'altra. Parole dette e taciute, lettere scritte e mai spedite, due destini legati a filo doppio per una vita intera. Noëlle Revaz ci accompagna ancora una volta nell'animo umano con grande talento, humour, intelligenza e con la forza degli autori senza tempo per regalarci un magnifico ritratto dell'amore.

(Dalla presentazione del libro)

Critique

de Yari Bernasconi

Tanti cari saluti – da pochi mesi uscito per l’editore Keller di Rovereto – è la traduzione italiana del secondo romanzo di Noëlle Revaz, Efina, pubblicato da Gallimard nel 2009. E se già cinque anni fa l’accoglienza era stata ottima (quando non entusiasta); se si era subito sottolineato il grande talento della scrittrice vallesana, capace di digerire e andare oltre il folgorante romanzo d’esordio Rapports aux bêtes (Gallimard, 2002; in italiano Cuore di bestia, Keller, 2013); se non solo in Svizzera si è continuato a parlare di una delle scrittrici più interessanti dell’intero panorama letterario elvetico; ebbene: la versione italiana del romanzo permette ora al lettore italofono di confermare definitivamente la pertinenza di queste reazioni.

D’altra parte, di conferma in conferma, gli italofoni avranno pure da festeggiare la traduzione di Maurizia Balmelli. Dopo il lavoro svolto con Cuore di bestia, la traduttrice riesce a entrare nuovamente nelle densità e nelle ambiguità testuali della Revaz, con un risultato finale non meno formidabile del precedente. Eppure lo stile di questo romanzo, che alterna passi narrativi ad alcune pagine epistolari, è meno prorompente e inventivo del precedente: più delicato e sottilmente ironico (o spietato, ma il confine è molto labile nei testi della Revaz), lentamente sfibrante e degenere fino al grottesco.

La trama è – ancora una volta – semplice e segue la storia d’amore tra T, attore di teatro, ed Efina. Un’attrazione indefinibile e paradossale, che attraversa gli anni moltiplicando gli incontri, fugaci o prolungati che siano. La vita scorre, fanno capolino altre donne e altri uomini, ma il legame tra T ed Efina è indissolubile. Sempre in preda all’instabilità, canalizzato da sentimenti spesso estremi (nel bene e nel male), ma indissolubile. Un amore fatto di incompatibilità, malintesi e mancanze. Il lettore resta spaesato tra il desiderio infantile di vedere sbocciare l’amore perfetto e la chiara consapevolezza delle delusioni incombenti, ritrovandosi spesso a coprire il ruolo di testimone (al limite del voyeurismo) dei reiterati fallimenti:

Per una donna che fa l’amore d’inverno in una camera d’albergo, il problema numero uno è il freddo. T ha leccato il corpo di Efina da capo a piedi e la saliva asciugandosi raffredda. L’ha rigirata otto volte come una crêpe. L’ha afferrata per la nuca. Le si è strusciato contro e il suo alito, ha preferito non notarlo, non era fresco. Ha preferito non notare che il suo corpo era molle, il suo corpo tutto intero è di una mollezza, non c’è quasi nessuna parte che potrebbe diventare dura. Ha preferito non notare che non si mette l’acqua di colonia e non ha sentito niente quando è andato a urinare rumorosamente in bagno. Né si è soffermata sul fatto di non aver sentito lo scarico. Efina si aggrappa al proprio sogno. È comunque un po’ delusa che T non sappia maneggiare il latex che lei stessa ha dovuto scendere a comprare alla reception. A quest’ora del giorno in albergo non si incrocia nessuno. Una moneta nel distributore e la scatola è caduta sul pavimento. Efina si scansa per far passare un carrello e una donna delle pulizie, poi torna di sopra alla numero 15. T è in piedi alla finestra e Efina gli sorride per ravvivare quello che era nato al bar. T ha sorriso e l’imbarazzo prende corpo, perché la cosa è già morta. […] Ma bisogna andare fino in fondo e T la rigira ancora più volte come una crêpe, poi si sdraia su di lei e nella testa di Efina fatalmente si insedia la noia, Efina resta in attesa ed è sollevata quando T finalmente si libera. T è offeso che Efina non abbia goduto. Gli piacerebbe farla gridare ma Efina lo respinge e rimangono sdraiati per un po’. Lei pensa alla primissima lettera. Sente gracchiare delle cornacchie e una campana stridula batte due colpi. Sono le due, dice Efina.

Come anticipato, i paragrafi narrativi lasciano spazio di tanto in tanto – e soprattutto nella prima parte del libro – agli scambi epistolari tra T ed Efina. Lettere diverse fra loro, alcune delle quali mai spedite, che permettono di approfondire (complicandolo) il punto di vista di ognuno. Ed è forse qui, nell’esercizio della scrittura, che viene a galla il lato più grottesco del libro, pure non abbastanza irreale da lasciare indifferenti: in scena, improvvisamente, l’umanità nella sua forma più triviale ma anche crudele, una sarabanda di debolezze che vanno dall’egoismo all’orgoglio, ai più beceri tentativi di rivalsa. Non c’è dubbio che T ed Efina siano degli anti-eroi, spesso ridicoli e insostenibili; similmente a quello che succedeva in Cuore di bestia, però, per il lettore è difficile non riconoscere nei due personaggi qualcosa di familiare. Così come è difficile sentirsi estranei a certe derive o squallori della nostra società.

Ecco come nella vita possiamo sabotare i nostri momenti migliori. Ecco che invece di essere felici ci ritroviamo costretti nel disagio.

T ed Efina, Efina e T. I due amanti sono in fondo lo specchio dell’inadeguatezza con cui chiunque, presto o tardi, in un modo o nell’altro, deve fare i conti.

Revue de presse

«Non so se lo si può dire romanzo, di certo è una lettura folgorante, la cronaca in parte epistolare della battaglia più felice e feroce che si possa immaginare, quella tra un uomo e una donna: l'unica che vale la pena di combattere, fino in fondo, senza esclusione di colpi. Lui è senza nome, è solo un'iniziale: T. È un mattatore, un attore di teatro, anzi l'epitome dell'attore di teatro, un bruto sensibile e sulfureo, un uomo incapace di resistere allo scialo, un sottaniere che in segreto s'innamora e soccombe ai sensi con l'entusiasmo del satiro. Lei ha un nome, Efina. È una donna senza aggettivi, una figura d'ombra che sa il corpo e sa come nutrire una passione, non ha paura della solitudine e non sa stare senza uomo. Dove il gioco tra brillante e opaco risponde a una strategia narrativa e rivela una fragrante sensibilità erotica, che si espande per addizione in T., per sottrazione in Efina, e s'addensa nelle lettere di entrambi, nella fiducia smodata e sconcia, quasi tattile nella parola scritta. Giocano entrambi sull'orlo della disperazione e sul filo di un'attrazione che la differenza di età e di storia riscalda. [...] Tutte le carte sono sul tavolo fin dall'inizio, e Noëlle Revaz le scopre una a una, le svela e illumina, raccontando con maestria la storia d'amore più bella che si possa vivere: quella impossibile a trovar il compimento della norma, e così irresistibile, insinuante e impudica, la storia tra un uomo e una donna nati per cercarsi e trovarsi, perdersi e ritrovarsi, desiderarsi e ritrovarsi, fino allo spasimo» (Tiziano Gianotti«La Repubblica», 26.07.2014).