Miló
Racconti

Storie della Resistenza e storie di resistenza. Passato e presente si confondono e danno origine a un complesso mosaico i cui tasselli sono uomini e donne che tra Nord Italia e Svizzera hanno vissuto fragili esistenze.

La banda di Miló, i ricordi di Giustina, il silenzio di Ultimo: una nota diversa in ogni racconto, ma un comun denominatore che si chiama coraggio. Coraggio di chi ha dato la propria vita in cambio della libertà di un altro, di chi sceglie la parola fine quando continuare non ha più senso. «Sarebbe necessario che dietro la porta d’ogni uomo soddisfatto e felice stesse qualcuno a rammentargli continuamente col battere di un martelletto che esistono degli infelici», scriveva Čhecov. Il nuovo libro di Alberto Nessi fa questo: ci ricorda, con grazia e sensibilità, che il mondo è pieno di esseri effimeri che vivono lo spazio di un giorno e conservano dentro di sé la luce tenue delle lucciole, che nel buio pesto del nostro tempo hanno la forza del sole.

(presentazione del libro, edizioni Casagrande)

Critique

de Daniele Cuffaro

_Mil_ó, l’ultimo lavoro in prosa di Alberto Nessi, racchiude diciotto racconti di resistenza e della Resistenza suddivisi in due parti. Sullo sfondo dei conflitti ideologici della prima metà del Novecento e in un’ambientazione a cavallo tra la Svizzera e la Valle d’Aosta, il racconto eponimo fa da apripista ad altre storie in cui traspaiono il coraggio e la dignità di figure apparentemente marginali della Storia. «Salvatore» e «Due donne a Ginevra» anticipano una seconda sezione più intima dove, avvolti da una punta di nostalgia, il motore della narrazione sono le esperienze e i ricordi dell’autore – su tutti «Forever», che Nessi dedica al padre.

Come riportato nel libro, alcuni dei racconti erano già usciti in altre sedi. Le note non lo dicono, ma anche «Miló» era stato pubblicato in maniera parziale nei quaderni svizzeri di critica letteraria e artistica Les lettres et les arts (n. 16, 2014) con traduzione francese a fronte. Lì, la storia si limitava all’infanzia di Milò e alla sua incarcerazione a Ginevra per un delitto non commesso. La vitalità del giovane ribelle stagna per qualche tempo nello spazio limitato della cella, dove però prendono corpo fantasie, illusioni e progetti. Miló immagina di essere Giovanni Bassanesi, maestro di Aosta che lanciò migliaia di volantini antifascisti su Milano. Nella realtà, invece, Miló viene espulso dalla Svizzera ed è costretto a rientrare in Italia. In Valle d’Aosta manomette la produzione della Cogne, un’industria di armamenti destinati al regime, e si pone al comando di un gruppo di ribelli indisciplinati, prima di incappare in un rastrellamento.

Miló, tirati su, non addormentarti.
Adesso arriva il pilota Bassanesi con il suo monoplano e ti salva, ti dà un passaggio; è partito dalla Svizzera e ha portato nella carlinga tua madre Joséphine-Amérique che ha lasciato i leoni di pietra della place Orientale per tornare a Fénis dov’è stata ragazza, è un pezzo che non ti vede, non nasconderti, tirati su dalla polvere Miló, va a cambiarti, fatti trovare con il vestito della festa.
Miló, tirati su, non addormentarti.
Mostra ancora il tuo viso agli operai della Cogne che arrivano con i serpenti illuminati da tutto l’acciaio della valle a dire che la lotta per l’autonomia non è una cosa che riguarda solo una regione ma riguarda ogni uomo, come pensavi tu: l’autonomia è per ognuno di noi, nella nostra vita che si libera dalle catene. (pp.43-44)

Una citazione la cui struttura rievoca l’«Arrotola, Joséphine, non perder tempo» che in apertura di racconto scandisce il tempo alla mamma di Miló, emigrata dalla Valle d’Aosta a Vevey, dove lavora come sigaraia alla Rinsoz & Ormond. Sonorità e ripetizioni che danno densità alle storie, con l’elemento ritmico e corale a mostrarci una ricerca della forma stilistica. La voce narrante risulta chiara senza diventare dominante, avvicinandosi ora a un personaggio, ora all’altro. Il narratore si nasconde in frasi brevi, intercalate da descrizioni poetiche o da interrogativi, ed è in grado di portare il lettore dalle onde del Lemano alla Valle d’Aosta passando sempre per l’animo delle persone.

Lungo l’arco dei racconti si manifesta parimenti la memoria interna dell’autore, con la comparsa di tracce riconducibili all’opera di Alberto Nessi. Jean Chabloz ad esempio, compagno di Miló, è un ex volontario della guerra di Spagna, come lo era stato il Tonio Boldini di Terra matta. In «Estate», Giuseppe «ha sette dita in tutto, come la mano sinistra di Chagall nell’autoritratto da giovane» (p. 145), quadro che già aveva ispirato lo scrittore ticinese in Ladro di minuzie. Inoltre, di La prossima settimana, forse, ritroviamo Le Locle e un rimando all’«ogni piede vorrebbe essere ala» tanto caro a José Fontana. Una serie di echi che, attraverso un suggestivo gioco di incroci in contesti storicamente analoghi, vanno a inserire questa raccolta in un discorso più ampio, supportato dalla minuziosa descrizione del paesaggio e dalle fonti di cui si è valso l’autore.

Le vicissitudini politiche e ideologiche della prima metà del Novecento permeano i racconti. Vengono rivelati atti di coraggio dell’epoca, come pure la distruzione e l’aridità sociale determinata dai conflitti. Ci si incammina per vie dissestate, accompagnati dalle confessioni di chi è stato testimone di quegli avvenimenti. In «Charere Tupe» il narratore è accompagnato per sentieri scuri da Virgilio, un contadino che assieme al torrente «racconta i vivi e i morti della valle». Ad un certo punto Virgilio sarà però costretto a interrompere l’ascesa, non per volontà divina, bensì perché i suoi polmoni non gli permettono di andare troppo in alto. È l’eredità lasciata in dote dal passato, quando russi, americani, tedeschi, fascisti e partigiani scaricavano nelle vallate le loro bombe e i loro proiettili. In zone in cui, sballottolati tra il rosso e il nero come in una roulette, «l’unica politica era salvare la pelle» e un po’ di speranza risiedeva nei valori delle persone. A questo proposito va sottolineata la scelta di porre in copertina una fotografia di Roberto Donetta in cui sono ritratte «la Clotilde con il cuore di cartone, l’Amelia con l’àncora, la Virginia che tiene la croce … che sono poi fede speranza e carità» (pp. 190-191).

La saggezza popolare si mescola così con la religione, la politica, la natura e la letteratura. Tra figure shakespeariane e stelle alpine, tra virtù teologali e parole di Sacco e Vanzetti; Alberto Nessi presta nuovamente la sua voce alle persone ai margini della società. Un impegno che agisce come una forza dalla quale l’autore si sente portato, una forza che in _Mil_ó apre gli occhi su essenziali scorci di vita vera.