Il suonatore di bandoneón

Engadina, anni Settanta. Pablo Flores, un ragazzino figlio di immigrati italiani, fa la dirompente scoperta del tango nell'immenso e affascinante Grand Hotel Palace. A introdurlo nel mondo del grande albergo con i suoi sotterranei e i suoi segreti rituali di tango, è Maria, una ragazzina argentina già molto brava nell'arte del ballo. Da questo incontro iniziatico prende il via una incredibile storia che da un piccolo villaggio romagnolo ci conduce in Argentina e ci porta in Svizzera. Raggiunta l'adolescenza, Pablo deve abbandonare l'Engadina e i suoi amici argentini, Maria e Alejandro, giovane e irruente suonatore di bandoneón. Ma di suonatore di bandoneón, strumento per eccellenza per eseguire pezzi di tango, ce n'è un altro: il mitico Ermanno Guidi, nonno avventuriero di Pablo. Nel suo tentativo di diventare a sua volta un divo del tango, Pablo recupererà via via la storia e il destino di suo nonno, si metterà sulle tracce del suo bandoneón, del suo viaggio attraverso l'Argentina, e scoprirà che Ermanno aveva incontrato Che Guevara e con lui era sbarcato col "Granma" a Cuba per dare il via alla rivoluzione. L'esistenza di Pablo si gioca tra questa dimensione mitica delle sue origini e una vita ormai squallida e complicata accanto e contro la sua ex moglie Nadja.

(Presentazione del romanzo, Bellinzona, Casagrande, 2006)

Sentire il tango

de Daniele Dell'Agnola (La Regione Ticino)

«A me interessa molto l'essere umano come essere che racconta.»

Vincenzo Todisco, 43 anni, 7 figli che parlano tedesco, romancio e italiano, docente presso l'Alta scuola di pedagogia di Coira, scrittore affermato del panorama letterario svizzero, è un uomo che sa raccontare e raccontarsi con spontaneità e delicatezza, non solo attraverso I suoi libri. Incontro questo brillante autore dopo aver passato ore appassionanti tra le pagine del suo nuovo romanzo, Il suonatore di bandoneòn (Casagrande, Bellinzona 2006).

È una storia che tocca la necessità di raccontare le proprie origini fino all'infanzia, riscopre il bisogno degli ideali, solleva la polvere e la luce sfuocata del tango, dell'emigrazione/immigrazione, della povertà. La dimensione narrativa del tango, che è un mondo in cui si svolge il dramma di Pablo Flores, si può respirare nelle parole sussurrate da Maria nei momenti in cui gli insegna a ballare: «Devi essere duro y violento e poi dolce y triste e devi llorare e sentirte solo quando mi stringi. Cercami con affanno, quando me trovi jo te sfuggo, esta è la danza de un amor che no ha pace" (p.35). Dietro c'è un bandoneón con gli occhi chiusi e una voce narrante che ci dà immagini forti, ritmi, silenzi. Questa musica ha una dimensione esistenziale. C'è qualcosa e tu non riesci ad afferrarlo. Così vivi. Il tango, dentro al Palace, osservato dal protagonista come spettatore e poi come attore, è un livello di realtà, un "mondo nel mondo", così come in Quasi un western c'era un "teatro nel teatro". Pur non essendoci una metanarrazione, in questo romanzo leggiamo che "fuori dal Palace c'era tutto ciò che non era tango» (p.41).

C'è una sorta di distinzione tra ciò che accade in scena, «dentro al tango» e «fuori»?

Ci sono vari elementi. Lei ha sicuramente ragione quando parla del «mondo nel mondo», perché il Palace racchiude in sé tutto quanto è rappresentato dal tango e che fuori, in Engadina, non c'è, vista la posizione geografica e il clima. Pablo, all'interno del misterioso albergo, fa la scoperta del tango che non potrebbe fare al di fuori di questo luogo. Nell'albergo ci sono gli stranieri clandestini, c'è Maria. Loro trasmettono questo mondo a Pablo. C'è pure un elemento autobiografico: mio padre lavorava nei grandi alberghi, per questo motivo ci siamo trasferiti in Engadina. Eravamo una famiglia di immigrati. Da bambino (dovevo essere molto piccolo) mio padre e mia madre, una volta alla settimana ci portavano al Palace per farci fare il bagno, che non avevamo in casa. Ricordo che entravo in un mondo affascinante e lussuoso, completamente diverso da quello che trovavo fuori.

Un bambino che osserva una rappresentazione, da spettatore?

Sì, ora che lo dice, infatti.quando mio padre si vestiva per andare a lavorare, in fondo era come un travestirsi. Mio padre, vestito da cameriere, con questo cravattino, con la giacca bianca. in fondo era una messinscena perché lui andava in un altro mondo che era completamente diverso dal nostro.

Lei alludeva alla sua infanzia. Nella scrittura, nel raccontare è importante, in un certo senso, diventare «bambino», elemento che torna spesso nelle sue opere. In Angelo e il gabbiano il bambino guarda il mare, la bimba Elodie è un personaggio molto particolare di Quasi un western, storia che si svolge in una cittadina immaginaria in cui i bambini non nascono. Nel Suonatore di bandoneón, la zia Finìmola è la penultima nata di dodici figli e il padre dice: «Adess Finìmola!» (p.83). E poi Pablo Flores è il bambino spettatore che vive nel tango. Il romanzo è un continuo ritorno all'infanzia di molti personaggi. Lei quando scrive ha dunque questo bisogno di un bambino che osservi il mare, il tango, il mistero?

Sì, è vero, c'è questa presenza dei bambini perché sono storie che iniziano da un'infanzia. Anche nel prossimo libro, che sto scrivendo, effettivamente inizio la storia a partire dall'infanzia. Io penso che questa particolare attenzione all'infanzia sia anche legata alla capacità fabulatoria dei bambini. A me interessa molto l'essere umano come essere che racconta. Il raccontare è molto legato all'infanzia.

La musica è il tema centrale del suo romanzo. In che modo riesce a «dire la musica»? C'è un'insistenza dal punto di vista tematico, forse meno da quello stilistico? Trasmettere, la musica, il ritmo nei momenti in cui due ballerini sono in azione (addirittura c'è una scena dove i due danzano senza musica!) non è un gioco da poco.

Per me era soprattutto una questione di ritmo e di sentimenti. Non mi sono spinto in una ricerca stilistica. Ho letto recentemente il libro della Pariani, Tango per una rosa: lei ha cercato di dare il ritmo del tango attraverso la sintassi.

Ma ascoltava tango, nello scrivere?

Ho ascoltato molta musica, nello scrivere, quindi avevo questo sentimento, il ritmo del tango, dentro, che mi accompagnava. La musica «dettava» la scrittura.

Un'ultima domanda: cosa significa pubblicare un romanzo, oggi, nella Svizzera italiana? È difficile anche per uno scrittore affermato come Vincenzo Todisco?

È estremamente difficile. Estremamente. Nella Svizzera italiana abbiamo pochi, piccoli editori che fanno un lavoro molto buono e importante, ma io vedo la differenza tra i miei libri pubblicati in italiano e quelli pubblicati in tedesco. Il suonatore di bandoneón uscirà tradotto in settembre: il mercato inizia a Coira e finisce in cima alla Germania. Se il libro esce in Ticino il mercato inizia a Bellinzona e finisce a Chiasso: un territorio molto ristretto. Sappiamo tutti quanto è difficile, per un autore svizzero che scrive in italiano, trovare uno sbocco in Italia. Io penso che chi riesce a pubblicare nella Svizzera italiana non passa inosservato, il problema è farsi leggere in Italia. Il suonatore di bandoneón inizia ad essere richiesto anche in Italia. Mi hanno appena chiamato a Firenze, inizio ad essere chiamato qua e là. Dipende forse dal fatto che prima ho pubblicato altri libri che sono stati notati. Ripeto, è una strada molto difficile.

Nel finale del romanzo leggiamo: «Sarà come un viaggio. So già che mi farà bene» (p.264). E lungo questa strada, Vincenzo Todisco sta camminando con eleganza e spessore umano. Auguri di cuore.