Il vento freddo dell'Altipiano
Racconti

«Ogni tanto passava un ciclista solitario. A piedi mai nessuno, eccetto l'Avventuriero che fece il suo ingresso in paese una mattina d'autunno. Si fermò davanti al muretto per asciugarsi il sudore dagli occhi. Con un gesto della mano salutò i ragazzini. E loro, che avevano stampato sulla fronte il candido stupore di chi non è mai stato in un posto veramente lontano, risposero un po' timidi tenendo abbassati gli occhi.»

Un gruppo di ragazzini, figli di immigrati, chiusi tra le montagne di un non meglio definito Altipiano, spazio mentale che potrebbe estendersi dalle Alpi all'Appennino. Un giorno arriva l'Avventuriero, e inizia a scambiare storie con i ragazzini. Il raccontare diventa un modo per mettere radici e costruirsi un'identità, una vera e propria iniziazione alla vita che inevitabilmente comporta delle partenze.
E i viaggi, per i ragazzi ormai adulti dell'Altipiano, saranno cauti, ma pieni di imprevisti e di storie che si leggono come un romanzo. Qualcuno, dopo aver imparato a vivere in posti per cui non era fatto, ritornerà e dovrà fare i conti con quello che rimane.

« - E il nostro Altipiano come lo racconterai alla gente che incontrerai?

  • Come il posto del vento freddo.»

(Presentazione della raccolta, Armando Dadò)

Critique

de Alessia Peterhans

L’arrivo dell’Avventuriero in un paese dell’Altipiano funge da scena iniziale alla raccolta di racconti dell’autore grigionese Vincenzo Todisco Il vento freddo dell’Altipiano. Del villaggio non vengono indicate le coordinate precise, tuttavia indizi linguistici (espressioni dialettali come «Al me pà» ma anche «Tschingg») e riferimenti a nomi di montagne come «l’Alpe di Grez» permettono di collocarlo nello spazio geografico svizzero. L’Altipiano del titolo non sembra coincidere con la regione svizzera dallo stesso nome, va inteso piuttosto come indicazione di un territorio più ampio la cui caratteristica distintiva è la presenza delle montagne.

Diversamente dagli altri passanti l’Avventuriero giunge al villaggio a piedi e durante i giorni della sua permanenza entra in contatto con un gruppo di ragazzini intenti a sfruttare le ultime giornate d’autunno in cui è ancora possibile giocare a pallone. Tra il viaggiatore senza nome e i ragazzini si instaura un rapporto di scambio: il primo racconta storie dei suoi viaggi in paesi lontani e i secondi ricambiano con le storie dell’Altipiano sentite raccontare tante volte dagli anziani del villaggio. Il primo capitolo è una sorta di cornice, simile a quella celebre del Decameron di Boccaccio, atta a definire il contesto e i narratori dei racconti. Dopo questa introduzione l’Avventuriero e i ragazzini vengono nominati sporadicamente cosicché in diversi casi non è chiaro da chi vengano narrati i racconti. Questa aspetto tende a far dimenticare il contesto narrativo: le storie sembrano quindi essere destinate non tanto agli altri protagonisti quanto piuttosto ai lettori e alle lettrici del libro di Todisco. Dopo il primo, ogni capitolo può essere considerato un racconto a sé stante, situato in un tempo e uno spazio indipendente dagli altri. Per esempio nel racconto «Hassan del deserto» viene narrato come il signor Antonio, trasferitosi dall’Altipiano alla città per la comodità dei figli, trascorre le giornate antecedenti il Natale in compagnia di un immigrato marocchino e nel racconto seguente («Fotografia») ai lettori e alle lettrici viene mostrato uno squarcio nella vita di famiglia di Calogero, abitante del villaggio emigrato a New York.

I racconti non sono da considerare completamente indipendenti tra di loro, vi è infatti un personaggio il cui nome si ripete più volte e accompagna i lettori e le lettrici da un racconto all’altro. Ciro è parte del gruppo di ragazzini del primo capitolo, affronta un serie di viaggi in un capitolo centrale intitolato proprio «Viaggiare» e nel capitolo conclusivo ritorna all’Altipiano dopo aver trascorso tanti anni lontano. La vita di Ciro funge quindi da strumento su cui i lettori e le lettrici possono misurare lo scorrere del tempo, inoltre nella sua storia sono concentrate diverse tematiche riscontrabili anche in altri racconti. Ciro è figlio di immigrati, il suo nome richiama il Sud Italia e lui stesso sembra anelare costantemente il mare chiedendone notizia all’Avventuriero: esso gli risponde con una storia del lontano mare del Nord («La donna cannone»). In un altro capitolo («Il mare alla parete») viene raccontato il tentativo di un pittore di portare simbolicamente il mare sull’Altipiano dipingendolo sul muro di fronte al letto di Geremia, per realizzare il desiderio del morente di vederlo almeno una volta nella vita. Il mare funge sia da “altrove” (un luogo da desiderare, lontano e in opposizione alla montagna) sia da termine di paragone (la cresta delle onde ricorda la cresta delle montagne). Anche il desiderio di Ciro di lasciare il villaggio, mischiato alla nostalgia di voler tornare – tornare al villaggio o tornare al paese d’origine? – può essere riconosciuto in altri personaggi. Così ad esempio Arno in «Via Boston» e Gino in «Toro» si trasferiscono in città dove il primo scopre l’aspetto delle montagne viste da lontano e il secondo trova un pretesto per partire in viaggio e non tornare più.

Nonostante vengano nominate diverse figure, il vero e proprio protagonista del libro nell’insieme è il racconto o il raccontare stesso. Nel primo capitolo, riferendosi al proprio viaggio, l’Avventuriero spiega ai ragazzini che «l’importante era camminare senza mèta e che quando il tempo comincia a mancare, bisogna imparare a dilatarlo» (pp. 11-12). Proprio questo sembra essere il potere dei racconti in Il vento freddo dell’Altipiano, ossia di interrompere il naturale scorrere del tempo (esemplificato dalla vita di Ciro) e di evadere da un luogo delimitato anche se non meglio precisato (il villaggio dell’Altipiano) per permettere squarci in altri tempi e altri luoghi. I racconti, raccolti e strutturati in capitoli, formano una storia unica “raccontata” da Todisco direttamente ai suoi lettori e alle sue lettrici. Lo stile dell’autore dà costantemente l’impressione di stare ascoltando una storia narrata da un anziano del villaggio: sono numerose le espressioni prese in prestito dal parlato, le parole con eco dialettale e le corte frasi dal tono perentorio. Lo testimoniano frasi come «Una storia triste e basta» (p. 21) oppure «La testa ce l’aveva, che andasse, gli avevano detto» (p. 115). Inoltre l’uso costante dell’imperfetto ricorda lo stile impiegato nel raccontare miti, favole e leggende, dove per definizione gli avvenimenti non sono fissati in un tempo determinato. In questo modo non solo i diversi racconti dilatano il tempo e lo spazio della storia, ma la lettura del libro dilata il tempo e lo spazio in cui si trovano i lettori e le lettrici, concedendo loro momenti di evasione e ricordando la moltitudine di Altipiani, e quindi di Avventurieri e Ragazzini, sparsi per il globo.