Critique

par Alessia Peterhans

Publié le 21/08/2017

Basterebbe accorciare il libretto Cartoleria Buccellati di tre centimetri per ottenere un rettangolo in perfetto formato cartolina: il formato conosciuto da ognuno per la facilità con cui può essere tenuto in mano e voltato per scoprire da un lato l’immagine di un luogo più o meno esotico e dall’altra un testo che può spaziare dal saluto minimalista del genere cari-saluti-dal-mare al piccolo racconto con tanto di aneddoti di viaggio. Pure i dodici testi all’interno del libro di Oliver Scharpf possono essere definiti come racconti formato cartolina, non solo per la loro brevità ma pure per l’alone di malinconia un po’ retrò di cui sono intrisi.

Pubblicato alla fine del 2016 presso la piccola casa editrice ticinese Ventizeronovanta nella collana Tipografia Helvetica, il libro di Scharpf colpisce per la cura estetica con cui è stato realizzato. La grafica rossa e nera su carta riciclata e l’utilizzo rigoroso del carattere tipografico senza serife creato negli anni cinquanta e conosciuto da tutti col nome di ‘Helvetica’ conferiscono alla copertina un aspetto elegante e al contempo neutro, un certo sentore di svizzeritudine – se così si può dire – ma per un lettore del nuovo millennio anche il ricordo di un’estetica di un passato recente ormai perduto. Coerentemente a quest’estetica vintage, la casa editrice dichiara di voler comparire solo su carta e non essere presente sui social network.

Volendo leggere i racconti di Cartoleria Buccellati come cartoline, vi si possono ritrovare saluti di altri tempi, quando ancora non esistevano i telefoni intelligenti con cui mandare facilmente fotografie e messaggi e si spedivano cartoline anche da luoghi non troppo lontani. Sono citati infatti paesi ticinesi come Nante, Personico, Maroggia e Vezia, o, ampliando leggermente l’orizzonte, città come Ginevra, Milano e (unica eccezione in relazione alla familiarità della geografia dei racconti) Alessandria d’Egitto. Il fatto che la maggioranza dei racconti sono situati in luoghi svizzeri è forse da ricondurre a una simpatia dell’autore per il suo paese, emerso pure nel libro Lo chalet e altri miti svizzeri, la raccolta di testi a cavallo tra l’ironico e il serio pubblicata nel 2010 con cui Scharpf ha riscontrato un certo successo tra il pubblico. O forse alla predisposizione di Scharpf a muoversi a cerchi concentrici senza allontanarsi mai troppo dal suo domicilio e, come una sorta di turista “lento”, a soffermarsi con attenzione in luoghi a lui già noti piuttosto che viaggiare in direzione di mete lontane.

Per quanto riguarda il contenuto, la domanda sulla necessità o un possibile scopo – sempre che uno debbano averne – di questi dodici brevi racconti non troverebbe una risposta soddisfacente, così come dubbia rimane la necessità puramente comunicativa di una cartolina nel 2017. Dal punto di vista odierno infatti il messaggio veicolato da una cartolina non è solo il saluto scritto nero su bianco, ma anche la citazione per mezzo dell’oggetto di un passato recente: non per niente i mercati delle pulci e i negozi dell’usato sono i luoghi più adatti per trovare cartoline interessanti. Proprio alla Caritas di Lugano, luogo culto degli amanti del vintage e cimitero di oggetti altrimenti perduti, si apre il primo racconto della raccolta. Il narratore trova un libro del secolo scorso con una dedica scritta a mano e «già la dedica», dichiara, «mi è sempre sembrata una storia» (p. 4).

Ma molto di più che su un eventuale messaggio dei racconti di Scharpf, vale la pena soffermarsi ad apprezzare il modo in cui nei suoi seppur brevissimi testi l’autore costruisce l’intreccio tra il livello narrativo (in cui è descritto un avvenimento accaduto in un dato luogo) e il livello personale (in cui suggerisce la riflessione, l’emozione o l’associazione mentale scaturita dall’avvenimento). Nella sovrapposizione di questi due livelli emerge la bravura di Scharpf. Per portare un solo esempio si citi qui il racconto Il giallo della Mary Long dove dal ritrovamento di un cartellone di pubblicità della marca di sigarette Mary Long in negozio dell’usato a Ginevra inizia una vera e propria ricerca della donna rappresentata nell’immagine. In poche pagine l’autore delinea l’evoluzione dell’investigazione intercalando digressioni in cui emerge ad esempio il paragone tra la posizione in cui è rappresentata la Mary Long e l’iconografia della Vergine, la descrizione di una cartografia di Ginevra apprezzabile da qualsiasi lettore che conosca la città o stralci della storia del quartiere ginevrino di Carouge.

Ogni racconto incornicia in questa maniera un piccolo avvenimento o un pensiero di chi narra – ma molto di più non fa. Allo stesso modo di una cartolina, per quanto bella possa essere, questi brevi testi di Scharpf rischiano di venire ben presto dimenticati, eventualmente appesi con un magnete sull’anta del frigorifero. Tuttavia all’autore non sembra importare il rischio di tale eventualità, conclude infatti un racconto giocando con la doppia accezione della parola ‘novellina’ sia come ‘persona o animale nuovo, appena venuto al mondo’ sia come ‘piccola novella’: «Ecco, tutto qui. Anche se va detto che la novellina, nell’Ottocento, era anche una novella breve. Un raccontino, se vi piace bene, se no amen» (p. 30).